Maurizio Bardi

CORRUPTOCRAZIA

TOSCANA BOOK EDITORE

Corruptocrazia

© di Maurizio Bardi
mauriziobardi2011@gmail.com

Questo libro è opera di fantasia. I personaggi, i luoghi, i fatti e le circostanze sono inventati dall’autore, che comunque si è ispirato alla realtà che circonda tutti noi. Qualsiasi analogia con fatti, luoghi e persone è puramente casuale.


Editore - Toscana Book Srl
54027 Pontremoli, Via Ricci Armani 13
info@toscanabook.com
www.toscanabook.net


ISBN 9791281864160

Finito di stampare nel mese di Luglio 2025

©2025 All copyrights reserved

CORRUPTOCRAZIA

Lo spirito della corruzione
alla lingua del cobra

Bisogna immaginare Sisifo felice
Albert Camus

Primo Capitolo

L’uomo della Jaguar

1

Acquacheta, fra tutte le province della Toscana, è quella più appartata.

Ci sono tuttavia due motivi per cui è conosciuta al di là dei suoi confini: le cascate e il fatto che nessuno qui sia mai stato condannato per corruzione.

Perché?

Forse perché ad Acquacheta la corruzione non esiste? E quali misteri celano le cascate di Acquacheta?

2

Diverse settimane fa, intorno alle otto di sera, una Jaguar di colore rosso amaranto entrò nel parcheggio dell’Hotel La Verde Luna, che sbuca come un fungo nel bosco del Saraceno, una località a forma di penisola, lambita da due corsi d’acqua.

L’uomo alla guida aveva più o meno cinquant’anni e indossava una camicia di cotone celeste senza cravatta. Con la mano continuava a lisciarsi i capelli brizzolati, ben curati, a cui attribuiva gran parte della sua capacità di seduzione. Aprì la portiera e, nell’istante in cui scese dalla Jaguar, rivelò un fisico slanciato, in forma, attutito però da un’evidente anima sentimentale.

Avrebbe potuto essere un chirurgo che voleva dimenticare la sala operatoria oppure un ingegnere desideroso di cambiare vita, ma anche un consulente di Netflix alla ricerca di idee per creare nuove serie televisive.

Parcheggiò con calma l’auto sotto il porticato di canne e frasche situato di fronte all’entrata e il portiere Arunte, molto sfuggente, sfuggente a tal punto che a mala pena si riusciva a vedere la sua faccia, arrivò prontamente e scaricò le valigie dal cofano dell’auto. Con le valigie in mano, Arunte ruotò il collo a trecentosessanta gradi facendo venire alla mente una di quelle torri di avvistamento dei nemici posizionate sulle colline toscane al tempo del Medioevo.

Tutt’intorno si aggiravano indaffarati numerosi inservienti che eseguivano gli ordini di Vanni Musetto, il proprietario dell’albergo.

Prima ancora di salire in camera, il nuovo arrivato entrò nel ristorante dell’hotel, si sedette ad un tavolo e chiese il menù.

Alcuni tavoli più in là, tre uomini di mezza età stavano finendo di cenare e parlavano animatamente tra di loro.

L’uomo della Jaguar concentrò il radar delle proprie orecchie verso quella parte della sala. I tre discutevano di politica, di elezioni, di finanziamenti pubblici, della nomina del nuovo presidente di una qualche società collegata con il Comune e di iscrizioni al Partito della Costituzione. Consumato il dolce, si alzarono e se ne andarono senza però smettere di parlottare tra di loro.

«Per l’iscrizione al partito ci mettiamo i miei, non glielo dico neanche, non contesteranno, tanto le quote le pago io», farfugliò con arroganza uno dei tre sulla soglia della porta.

«Mi obbediranno e zitti. Sì! Mi obbediranno».

Poi, compiaciuto, aggiunse sottovoce rivolgendosi ai suoi amici: «Stiamo attuando le disposizioni del Generale. Questa iniziativa gli piacerà molto».

«Il Generale?

«Chi è il Generale?» si domandò il nuovo ospite dell’Hotel La Verde Luna.

Secondo Capitolo

Acquacheta

1

A poco a poco la sala del ristorante si riempì. Si stavano servendo i piatti tipici che si cucinano da sempre in questa parte della Toscana.

L’uomo della Jaguar iniziò a mangiare rallentando di istinto i movimenti delle braccia e delle mani per quel legame non razionale che esiste tra lentezza e riflessione.

«Quale era il senso» si domandò di nuovo «della conversazione che aveva appena sentito?»

Il cameriere, poco più che trentenne, magro e di media statura, lo osservava con attenzione attraverso due occhi arguti che rivelavano una perspicace vivacità mentale.

Come un lampo, dalla porta della cucina in fondo alla sala, fece capolino il viso di una donna, senza età, con un grembiule bianco cinto alla vita e una cuffia egualmente bianca che le copriva la testa.

«Oggi abbiamo l’agnello al forno, può andar bene?», disse, cercando di farsi notare.

Il cameriere entrò in cucina indispettito e gridò alla cuoca: «Del nuovo ospite me ne occupo io, chiaro? Tu abbi cura di lasciare da parte una porzione di agnello. Che sia la porzione migliore!»

Poi tornò nella sala del ristorante e con voce calma si rivolse all’ospite: «L’agnello è la nostra specialità!»,

«Va bene, portalo», rispose il nuovo arrivato. Lo assaggiò, poi commentò: «Impareggiabile!».

2

L’agnello arrosto era la vittima sacrificale che stava propiziando una nuova amicizia.

«Come mai ad Acquacheta?» chiese il cameriere. «Sono in vacanza».

«Come è successo?»

«Cosa intendi dire?» rispose divertito l’uomo della

Jaguar.

«Com’è successo che un tipo come lei arrivi in vacanza ad Acquacheta?»

«Per le cascate».

«Le cascate?», ribadì il cameriere.

«Sì. Mi piacciono le cascate. E mi piacciono i fiumi». «Già, i nostri sono fiumi segreti che scorrono tra luce e penombra, nascono da chissà dove», rispose lo strano cameriere, guardando l’uomo della Jaguar come se lo conoscesse da tempo.

Poi aggiunse: «Quindi lei è un turista?»

«Non sono un turista».

«Ah, non è un turista!»

«No, non sono un turista, sono un imprenditore che si è preso una pausa».

Il cinquantenne guardò il cameriere sempre più divertito e chiese: «Come ti chiami?» «Sordello»

«Sordello? Come il menestrello della Divina Commedia?»

«Proprio così.»

«È il tuo vero nome?»

«Non è il mio vero nome. Qualcuno, arrivato a Malnido per un convegno, mi ha chiamato Sordello. E da quel giorno tutti mi chiamano Sordello. Il mio vero nome non esiste più. Nemmeno io lo ricordo.»

«Sordello, il poeta».

«Sono solo un cameriere».

«Appartieni ad una strana razza di camerieri!»

«Tra poco sarò libero, se vuole faremo due chiacchiere».

«Sì, certo».

3

Mezz’ora dopo Sordello si sedette al tavolo e rivolse all’ospite una domanda, che sembrava celare un doppio senso: «Dunque lei vuole scoprire le cascate di Acquacheta?»

«Sì».

«Io conosco le cascate, i laghi, i torrenti, tutti i sentieri per raggiungerli, ma non sono mai riuscito a trovare la strada per esplorare il canyon».

«Il canyon?».

«Sì, il canyon», rispose il cameriere.

Poi continuò: «A pochi chilometri dall’albergo c’è un luogo unico al mondo. È un gran canyon, il torrente si addentra nelle gole tra due pareti verticali alte più di cento metri. Non si riesce ad esplorarle, sono irraggiungibili. È uno spettacolo che si può ammirare solo dall’alto, il sentiero costeggia il burrone per sei chilometri. Dentro il canyon si intravedono delle cavità, sono grotte naturali che nascondono l’albero genealogico di Vanni Musetto. Lì, nei secoli passati, si era nascosto un gruppo di saraceni scampato ad una battaglia tra i Cristiani e i Musulmani. Dal mare questi fuggitivi erano risaliti verso i monti e nel canyon avevano trovato rifugio. Finché un feudatario di Acquacheta li scovò e li uccise. Però ad uno di loro donò un’inattesa libertà, vincolandolo a diventare un fedele cortigiano».

Il cinquantenne girò il bicchiere dell’acqua, che era rimasto capovolto, lo riempì di vino ed esortò Sordello a bere.

Poi gli disse: «I fiumi ripuliscono, sgombrano la mente. Aiutano a capire. Gli uomini e le loro città viste dai fiumi sono diversi. Cosa c’entra questo luogo con il Saraceno?»

Lo strano cameriere si aprì: «L’albergo e tutta la penisola con il bosco appartengono alla famiglia di Vanni Musetto, detto il Saraceno».

L’uomo della Jaguar era al corrente di molte cose. Prima di arrivare ad Acquacheta l’Organizzazione lo aveva istruito.

Sapeva che fino a pochi anni prima la struttura era di piccole dimensioni, una modesta casa di campagna. Poi si era ingrandita rapidamente grazie ai contributi pubblici.

Sapeva chi era il Primo Cittadino, chi era il Presidente della Provincia, del Tribunale, chi era il Procuratore, chi organizzava la gestione dei fondi pubblici, chi dirigeva l’Azienda Sanitaria.

Era documentato sui personaggi più influenti del territorio e sui notabili della politica, qual era la loro influenza e quanti voti potevano condizionare.

«Vanni Musetto è amico del Sindaco?» chiese l’ospite dell’hotel a Sordello.

«Sì. Si sono scambiati molti favori a vicenda».

«E i notabili di Acquacheta? Frequentano questo albergo?»

«Spesso si ritrovano tutti a cena nel ristorante. Politici, funzionari, imprenditori, professionisti, avvocati, magistrati, tutti qui. Poi ci sono le feste, feste lussuose e discrete».

Sordello rispondeva tranquillamente, senza stupirsi della curiosità del suo nuovo amico. D’altra parte, nel modo di porsi e di far domande, il proprietario della Jaguar manteneva un’eleganza che non creava sospetti.

«Se investirò qui ad Acquacheta, le tue informazioni mi sarano utili e tu sarai il primo a cui chiederò di collaborare con me».

«Perché no!» rispose lo strano cameriere con aria sorniona.

3

Terminato il pranzo, dopo il caffè e dopo l’accurato resoconto su chi contava e chi no, l’uomo della Jaguar lasciò a Sordello una mancia generosa, ringraziandolo per le informazioni che gli aveva dato.

Poi si avvicinò al bancone della reception e compilò il modulo di presenza. Anche ad Arunte, che era l’uomo che aveva scaricato le valigie, elargì una buona mancia facendogli mutare l’umore, fino a poco prima infido e sfuggente.

Mentre si era allontanato di qualche metro per rispondere ad una telefonata sul cellulare, il portiere lesse a mezza voce la carta di identità allegata ai documenti: «Martin Cavalcanti, imprenditore».

«Imprenditore?», chiese con curiosità. «In quale settore, se mi è permesso?».

«Ora mi sto prendendo una pausa. Continuerò il mio lavoro, ma sto pensando anche a una nuova vita. Ho deciso di comprarmi una bella casa sul fiume e di fermarmi qui».

«Qui, ad Acquacheta? Sul fiume?»

«Sì, ad Acquacheta».

«Proprio sul fiume?»

«C’è forse qualcosa che lo impedisce?»

«No, assolutamente, signor Cavalcanti. Anzi, siamo molto felici della sua scelta».

4

Appena Martin salì in camera, Arunte chiamò Sordello e lo interrogò.

«Allora, mi sai dire chi è questo Cavalcanti? Ti sei informato bene?»

«È un imprenditore, molto facoltoso», rispose il cameriere senza manifestare alcun dubbio, «sta guardandosi intorno prima di investire in qualche iniziativa».

Qualche minuto dopo Arunte aveva già informato Vanni Musetto sugli ultimi ragguagli che riguardavano l’uomo della Jaguar.

E in meno di mezz’ora, nonostante fosse quasi mezzanotte, il Sindaco e tutti quelli che contavano vennero messi al corrente del nuovo arrivo all’Hotel La Verde Luna.

Terzo Capitolo

L’Adulazione

1

Un paio di giorni dopo, verso sera, al bar dell’hotel, Vanni Musetto incontrò Martin.

Parlarono per oltre un’ora, si confidarono, discussero di politica, del Partito della Costituzione, rifletterono sulle guerre che incombevano in Europa, nel Mediterraneo, nel Medio Oriente, sull’Italia che aveva bisogno di rilanciarsi e su quel piccolo paradiso di Acquacheta che era il luogo ideale per nuovi progetti e nuovi investimenti.

Bevvero una bottiglia di vino, divennero allegri e strinsero una finta amicizia. Martin fu bravissimo a recitare la parte di Martin Cavalcanti. Aveva studiato bene il copione.

Così Vanni Musetto si rilassò e cominciò a fidarsi.

Il giorno dopo chiamò Ciacco Malatesta, il Sindaco, sul cellulare: «Credo che dovresti incontrare il nuovo ospite del mio hotel. Ho parlato a lungo con lui. Mi sembra pieno di idee, è facoltoso e vuole trasferirsi ad Acquacheta per riorganizzare qui la sua vita».

«Va bene, rispose il Sindaco Malatesta, ma prima cerchiamo di capire chi è. Fate ricerche su internet e soprattutto consultate i nostri amici.

2

La mattina seguente Atamante, addetto stampa del Sindaco di Malnido, il nuovo Comune di Acquacheta che aveva raggruppato sei Comuni del territorio dopo un combattuto referendum voluto proprio da Malatesta, arrivò intorno alle otto in ufficio e dopo avere acceso il PC interpellò Google. Poi fece una decina di telefonate e in un paio d’ore seppe tutto sul nuovo arrivato.

Almeno così credette.

Accertò che Martin Cavalcanti era molto ricco e ben conosciuto. Soprattutto le informazioni riservate davano per certa la sua affidabilità con il mondo della politica. Insomma era nel “giro”.

Giro deriva dal latino “gȳrus”, che a sua volta deriva dal greco “γῦρος”, significa la linea che delimita il cerchio. L’uomo della Jaguar, secondo le informazioni raccolte, stava dentro il cerchio. Quindi ci si poteva fidare di lui.

Ma era un inganno.

La sua identità, la sua immagine psicologica, la sua figura imprenditoriale era stata inventata e preparata nei minimi dettagli dall’Organizzazione.

Martin aveva però un difetto: nei suoi occhi traspariva una certa tendenza a lasciarsi guidare dal cuore. E chi, nel suo ruolo, giudica con il cuore sbaglia sempre.

Lui lo sapeva e si era allenato a sfiorare le cose con una sorta di sguardo assente. Nessuno avrebbe dovuto presagire chi fosse realmente.

3

La stessa mattina l’uomo della Jaguar si svegliò molto presto e dedicò più di un’ora per prepararsi ad uscire. Si fece una lunga doccia, si strappò i peli dal naso, si lavò accuratamente i capelli non con lo shampoo fornito dall’albergo, ma con una lozione svizzera alle erbe da quaranta euro a flacone, si sbarbò, si profumò con un dopobarba francese e scelse il suo abbigliamento con cura minuziosa: un vestito blu di lana estiva indossato sopra una camicia azzurra e una cravatta blu in maglia di seta.

Intorno alle nove uscì dall’albergo, si mise alla guida della sua Jaguar e si avviò per dare un’occhiata al borgo che circa sette secoli prima aveva ospitato Dante.

Scese dall’auto e si fermò brevemente di fronte alla statua del poeta, cercando ispirazione per quello che doveva fare. Viaggiò poi per una trentina di minuti ad andatura lenta lungo una strada che serpeggiava tra tonde colline che gli ricordavano i seni di Venere.

Quando giunse nei pressi del palazzo comunale, la mattina era già inoltrata. L’edificio assomigliava a una chiesa, anzi a un seminario in cui si studiavano chissà quali vangeli.

Dall’entrata principale entravano e uscivano impiegati, fattorini, operai. Martin bloccò un agente della Polizia Municipale e si fece accompagnare nell’ufficio del Sindaco, con il quale aveva fissato un incontro qualche ora prima tramite Atamante.

Malatesta, nonostante fosse stato informato dettagliatamente che l’uomo della Jaguar era un imprenditore facoltoso e affidabile, chiamò l’addetto stampa nel suo ufficio e gli disse con tono nervoso: «Perché tu e Vanni Musetto volete assolutamente che io incontri questo Cavalcanti?».

«Lo sai, è la prassi.... L’ultima parola spetta a te» rispose Atamante.

«Ho fatto una lunga ricerca sul Web, sui social e anche una decina di telefonate a Firenze, a Roma» continuò. «Gli amici mi hanno confermato che Martin Cavalcanti è affidabile. Ha messo in piedi molte aziende e ha guadagnato un sacco di soldi. Parlaci».

«Va bene, va bene..., fallo entrare!», rispose Ciacco, un po’ confuso.

Da dietro la sua scrivania in laminato marrone chiaro, il Sindaco guardò l’uomo della Jaguar strizzando i piccoli occhi non del tutto nascosti dagli occhiali.

Malatesta non era né vecchio né giovane, né alto né basso, né magro né grasso ed era dominato da anni da un’ossessione: una foto di una donna mora, che custodiva nella tasca interna della giacca. Più volte durante la giornata la estraeva e la osservava con timore. Un discreto gozzo, contenuto a stento dal colletto della camicia, dava alla sua faccia l’aspetto di una zucca delica, come quelle che si usano durante la festa di Halloween.

I due si presentarono, poi Martin esordì deciso: «Mi piacerebbe realizzare alcuni progetti qui a Malnido. So che ci sono anche finanziamenti pubblici».

Malatesta rispose come rispondono tutti i sindaci che non hanno ancora deciso se fidarsi oppure no di chi hanno di fronte: «Finanziamenti pubblici? No, no, in questo periodo è molto difficile. Ora non ci sono a disposizione soldi pubblici».

Qualcosa non andava per il verso giusto. Martin sentì che doveva cercare un’altra strada. Non si perse d’animo. Dopo un momento di silenzio, disse con una voce completamente mutata: «Atamante e Vanni Musetto mi hanno informato sulla sua competenza nell’amministrare il Comune. I suoi concittadini apprezzano la sua intelligenza. So che ha scritto un libro importante sulla storia e le vicende di Acquacheta. L’ho letto con attenzione prima di incontrarla. Poi so che è un economista esperto, il suo progetto per il rilancio del territorio è un piccolo capolavoro».

«Martin, non esageri per favore. Comunque sì, sì. Sono molto contento del mio libro. Presto presenterò un’edizione aggiornata. La inviterò».

4

Cervantes, nel XVIII capitolo della sua opera di avventure cavalleresche, racconta questa storia: Don Diego, un piccolo nobile di campagna appassionato di letteratura, accolse Don Chisciotte nel suo castello dove risiedeva con il figlio Don Lorenzo, anche lui poeta. Don Lorenzo, contrariamente al padre, riteneva che l’ospite fosse più pazzo che savio, anche se si mascherava dietro ragionamenti geniali e raffinati. E decise di non prenderlo sul serio.

Finché Don Chisciotte non lo convinse a recitare alcune delle sue poesie.

Appena Don Lorenzo terminò, Don Chisciotte si alzò in piedi, a voce alta lo definì il miglior poeta del mondo e lo elogiò per il suo grande talento.

Ammaliato da Don Chisciotte, il giovane poeta rivalutò l’intelligenza dell’ospite e dimenticò la sua follia.

Perché?

Scrive Cervantes: «Perché non c’è padre, né madre a cui paiano brutti i suoi figli, e quest’inganno è ancora più frequente se si tratta di creature dell’intelletto».

Martin sapeva che l’adulazione è un’arma sofisticata, il suo potere è enorme, pochi sanno resistere.

Malatesta aveva appena finito di ascoltare l’ospite dell’Hotel La Verde Luna e l’opinione su di lui era cambiata.

L’adulazione, Martin lo sapeva, blocca certi neuroni del cervello, a volte fa perdere il senso della realtà.

5

«Facciamo un giro per il Comune», disse il Sindaco. «Certo, sono onorato».

L’uomo della Jaguar si accorse che stava esagerando nell’ossequiare quell’uomo con il gozzo. Si sentì un po’ ipocrita.

«Ipocrita? Perché ipocrita?» si domandò. «Io sono qui per stanarla questa gente. E riuscirò a stanarla», sussurrò a se stesso «se non mi farò prendere da stupidi rimorsi».

«Le presento Pietro Aino, il Vicesindaco», disse Malatesta interrompendo le sue inquietudini».

Martin sapeva già che, oltre ad essere un personaggio politico di spicco, Aino era anche uno dei principali palazzinari del territorio. Gli strinse la mano e gli sorrise deferente.

Poi fece la conoscenza di Lorenzo Beria, il segretario comunale, trattato da tutti con grande rispetto, un figuro magrissimo, di media statura, un po’ curvo, che, dietro un paio di occhiali spessi e tondi, se ne stava sempre chiuso nella sua stanza ad organizzare procedure e a sorvegliare ogni cosa, poi Bertoldo, il capo dei Vigili Urbani, con le sopracciglia quasi unite l’una all’altra e lo sguardo fisso, totalmente sottomesso a Malatesta e pronto a castigare chiunque non fosse d’accordo con il primo cittadino.

6

Alla sera Martin fu invitato a un ricevimento nel più rinomato palazzo di Malnido. Si trattava di un edificio antico con un infinito numero di piani che sembravano salire fino al cielo. L’ultimo piano apparteneva al commercialista Enrico Zanche, un uomo grasso e simpatico, soprattutto per il suo modo di camminare che ricordava un baro professionista.

Tutti lo chiamavano il dottore, ma tutti sapevano che la sua laurea era falsa e che l’aveva comperata online. Ad Acquacheta non esisteva società pubblica nei cui consigli di amministrazione non fosse presente.

L’appartamento era molto appariscente, cinque sale arredate con divani di lusso e specchiere dorate si susseguivano l’una all’altra. Alle pareti erano appoggiati i tavoli, sui quali abbondava ogni ben di Dio, dai vini agli antipasti, agli arrosti, ai dolci, alle macedonie di frutta. Gli invitati si servivano da soli utilizzando posate d’argento e piatti di porcellana abbelliti con decorazioni blu cobalto.

Il Sindaco chiamò il padrone di casa, poi si rivolse a Martin, che era al suo fianco, e gli disse: «Mi permetta di presentarle il dottor Zanche. Si ricordi bene il suo nome, se vuole fare affari qui da noi».

Appena Malatesta si allontanò, il commercialista gli presentò a sua volta altri notabili di Acquacheta e di Malnido.

Una, fra tutte queste persone, lo incuriosì in modo insolito. L’uomo della Jaguar cominciò ad osservarlo con attenzione. Era l’avvocato Cagoja, un ometto con i baffi all’insù e i piccoli occhi eccitati che guardavano tutt’intorno come fossero trottole.

Non riusciva a metterlo a fuoco, era sfuggente, così decise di conversare con gli altri ospiti del ricevimento. Martin era un uomo attraente e la sua presenza destava l’interesse delle signore. Ma lui evitava i loro sguardi pur mostrandosi cortese, la sua missione gli imponeva di evitare i corteggiamenti. Cercava di stringere amicizia con tutti e in questo era molto abile. Riusciva a mettere a suo agio qualsiasi interlocutore su qualsiasi argomento e sapeva cosa dire e come rispondere, senza arroganza. Era stato addestrato a non alzare mai il tono della voce anche con chi gli declamava sgarbatamente le proprie opinioni in faccia.

Molte persone importanti cominciarono a contendersi il nuovo arrivato e lo invitarono a casa loro per i giorni seguenti.

A metà serata il Sindaco, con un calice di vino in mano, brindò all’uomo della Jaguar e lui, per esprimere la propria gratitudine, gli regalò un’agenda realizzata con carta di cotone proveniente dalla città di Fabriano, fabbricata a mano e rilegata in pelle, una piccola meraviglia che aveva commercializzato con successo fino a qualche mese prima.

Quarto Capitolo

L’Avvocato Cagoja

1

L’avvocato Cagoja se ne stava impettito con le spalle alla finestra e continuava a roteare gli occhi senza sosta. Sembrava un po’ stupido come uno di quei piccioni che si aggirano nelle piazze volteggiando meccanicamente la testa, ansiosi di avvistare una briciola di cibo. Proprio per quella interminabile mobilità, per quel continuo voltarsi e rivoltarsi a scatti, assomigliava decisamente a un piccione. Aveva il complesso di essere deriso, un retaggio di molti anni prima quando non saltava mai un’udienza aspettando dai giudici la nomina a difensore di ufficio.

Finalmente Martin capì la vera indole di quel ridicolo omettino. Cagoja non rappresentava la stupidità, rappresentava la professionalità del piccione. In questo c’era in lui qualcosa di nobile. Sembrava un buon uomo, era soltanto portatore di una piccola debolezza, quella di essere pronto alla peggiore viltà pur di soddisfare, in modo disinteressato, gli uomini potenti.

Al suo fianco si stagliava di venti centimetri la moglie, una bella donna mora, giovane. Al contrario del marito il suo modo di guardare era bloccato. Guardava le cose e le persone allo stesso modo, come se anche le persone fossero cose, con un sorriso immutabile.

2

L’ometto con i baffi all’insù, per qualche motivo ignoto, aveva messo in moto la curiosità di Martin.

Così l’uomo della Jaguar, il giorno dopo, appena incontrò Sordello, subito gli chiese:

«Conosci l’avvocato Cagoja?» «Certo. L’avvocato di Agata». «Agata? Chi è Agata?»

«Se lo faccia raccontare dal Sindaco». «Dal Sindaco? E come?»

«Gli chieda della Fattoria Gialla, quella nel bosco, sul bordo del fiume. È una delle case più belle di Acquacheta».

«Va bene, Sordello. Grazie dell’informazione».

Verso sera, al bar dell’hotel, Martin fermò Vanni Musetto. «Mi hanno parlato della Fattoria Gialla», gli disse, «sono molto interessato a saperne di più».

«Perché le interessa?»

«Sto cercando una casa da comperare».

Si infilarono entrambi nel corridoio che conduceva alla reception e uscirono nel giardino, era già piuttosto buio.

Vanni si accese nervosamente una sigaretta e disse, con aria guardinga, rivolgendosi a Martin: «La Casa Gialla? Meglio non parlarne in pubblico. Cercherò di aiutarla».

Un paio di giorni dopo, in tarda mattinata, Atamante telefonò all’uomo della Jaguar.

«Il Sindaco vorrebbe invitarla a un’escursione poco distante da Malnido», proferì con voce gentile. «Ha qualcosa da farle vedere. Possiamo passare a prenderla all’hotel?».

«Certo» rispose Martin.

«Fra due ore saremo lì».

Nel primo pomeriggio, come accadeva talvolta, Malnido venne permeata da una luce fioca che lasciava però molto spazio ai profumi dei fiori. Alle tre circa un’auto blu arrivò alla Verde Luna e ripartì immediatamente. Guidava Atamante, Malatesta stava alla sua destra, nel sedile posteriore c’era Aino, il Vicesindaco, che invitò l’ospite a sedersi al suo fianco. Attraverso i vetri del finestrino Martin gettò una sguardo indagatore alla luce tenue dei boschi che si proiettava in un cielo verde scuro. E gli sembrò che quel cielo tentasse di risucchiarlo in un baratro, in una sorta di burrone.

«Che cosa significava» pensò «quella specie di allucinazione?».

Dopo un viaggio di mezz’ora, imboccarono l’ultimo tratto di strada, che non era asfaltato, finché Atamante rallentò e parcheggiò l’auto di fronte alla casa. Si trattava di una fattoria con una struttura settecentesca dipinta di giallo ocra, probabilmente ricostruita più volte, circondata da un bosco verde scuro che cento metri più avanti dissolveva dolcemente la propria penombra verso un torrente. Le porte e le finestre erano chiuse, su tutto incombeva un’atmosfera letteraria. Un po’ tenebrosa.

Martin scese per primo.

«Questo luogo è bello» disse «ma è anche molto strano. A chi appartiene?»

«Appartiene a noi» strillò il Sindaco.

«Nel senso che è una proprietà di famiglia?»

Il Vicesindaco Aino si frammise nel discorso: «Non importa di chi era, ora è nostro».

Poi cambiò tono e continuò: «Che ne pensa Martin?». «È il luogo ideale per riorganizzare la propria vita»

rispose l’uomo della Jaguar.

«Un prestigioso agriturismo, con maneggio, scuderia e cavalli ....» commentò Aino «... potrebbe essere un’ottima idea. Siamo disposti ad aiutarla per i permessi».

«Certo» commentò Martin. Poi soggiunse: «Però ho in mente qualche cosa di molto più importante».

«Le troveremo anche i contributi per la ristrutturazione», esclamò il Sindaco.

Martin sentiva il cuore che gli batteva nel petto. Era attratto da quella fattoria e nel contempo provava una strana sensazione di repulsione.

Fortunatamente aveva imparato a mascherare i propri sentimenti e nessuno si accorse del suo cupo stato d’animo.

3

Martin era ansioso di interrogare Sordello.

Il giorno dopo si presentò al ristorante e appena lo vide, prima di ordinare, gli disse: «Ho visitato la Fattoria Gialla, quella sul torrente, in mezzo al bosco. Ho saputo che appartiene al Sindaco».

«Hmm».

«Che significa hmm? »

«Hmm significa che mi si stringe il cuore».

«Cosa mi nascondi, Sordello? Tu sai qualcosa della fattoria e ....»

«Certo che lo so!»

«È forse un segreto?».

«Ad Acquacheta tutti conoscono la storia di Agata.

Ma nessuno ne parla».

«Sordello, non fare il difficile. Racconta».

«Il proprietario della fattoria non è il Sindaco».

«La fattoria non è sua?»

«No».

«Di chi è allora?»

«Di sua madre».

«Di sua madre? Però questo non cambia granché le cose».

«La fattoria ora appartiene a loro. Legalmente. Ma in realtà l’hanno rubata».

«Rubata? Come rubata?»

«È una storia triste».

«Vai avanti».

La voce di Sordello divenne roca:

«Era una domenica di quarant’anni fa. La famiglia proprietaria della fattoria, una tranquilla famiglia di Malnido, decise di passare una giornata nel prato sopra il canyon. Durante il picnic all’aperto sull’erba, la bambina più piccola, di circa sei anni, vide una farfalla, si alzò di scatto e la inseguì. Sfortunatamente scivolò».

«Scivolò dove?»

«Scivolò giù nel burrone. A pochi metri da lei c’era suo fratello più grande di quattro o cinque anni. Nel tentativo di afferrarla anche lui cadde nel burrone. Prima la madre poi il padre accorsero per cercare di aiutarli, ma anche loro caddero nel burrone, uno dietro l’altro».

«Qualcuno è intervenuto, per tirarli fuori?»

«Da allora non sono stati trovati, mai più. Di tutta la famiglia rimase solo Agata, la terza figlia, appena più grande dei suoi fratelli».

«Quindi lei si è salvata?»

«Sì».

«E ora dov’è?».

«Rimase sola, era una bambina».

«Sì ma dov’è? Chi si è preso cura di lei?»

«Ad Acquacheta non aveva parenti» continuò Sordello, «così andò a vivere a Parigi, presso una lontana zia che era emigrata là alcuni anni prima. Agata non se la passò bene in Francia. Dovette affrontare una fortuna avversa, senza soldi, senza genitori, per di più sfruttata dalla famiglia della zia, insomma il destino le ha riservato una vita difficile».

«Ma è più tornata ad Acquacheta?», chiese Martin.

«La fattoria sul torrente rappresentava l’aggancio con i ricordi. Non ha mai voluto venderla. Ogni tanto tornava. Non spesso, una volta ogni tre o quattro anni. Non aveva molti soldi».

«E poi che successe?»

«Qualche anno fa alcuni conoscenti la chiamarono al telefono a Parigi».

“Devi venire subito ad Acquacheta!”, le dissero. “Vieni subito! Sulla tua proprietà c’è una richiesta di usucapione!”.

Agata raccolse i suoi risparmi, prese l’aereo e arrivò». «E una volta arrivata che fece?»

«Andò in Tribunale, si fece fare una copia dei documenti e si rivolse a un avvocato».

«Quale avvocato?»

«L’avvocato Cagoja. Il nome le fu dato dalla cancelleria del Tribunale».

«L’avvocato Cagoja? E poi che accadde?»

«Agata andò da Cagoja, gli fece vedere gli atti e gli raccontò la vicenda. L’avvocato le disse che non esistevano problemi, che era tutto a posto, che sarebbe stato sufficiente fare opposizione e la fattoria sarebbe rimasta sua».

«Certo», commentò Martin.

«Agata pagò in anticipo la notula e ripartì rincuorata per Parigi, convinta di aver risolto il problema».

«Invece?»

«Dopo qualche mese i suoi conoscenti la richiamarono al telefono: “Devi venire subito, il Tribunale ha assegnato la fattoria a chi aveva fatto richiesta di usucapione”.

Agata ritornò in fretta ad Acquacheta, andò da Cagoja, ma lui non la ricevette. Lei però si piazzò davanti al suo studio finché non riuscì a parlargli.

“Insomma mi vuole spiegare cos’è successo, mi aveva detto che non ci sarebbero stati problemi!” gli chiese finalmente.

“Devi capire”, rispose l’avvocato, “ci siamo trovati di fronte a persone molto potenti. Non ho presentato l’opposizione nel tuo interesse, ti avrebbero distrutto.”

«E Agata cosa fece?»

«Guardò Cagoja, si voltò e uscì dallo studio. Fu colta dalla depressione. È tornata a Parigi e ad Acquacheta non ha mai più messo piede».

«E la fattoria com’è finita nella disponibilità del Sindaco?»

«Nella disponibilità di Lucida Mansi, la madre».

«La madre del Sindaco?»

«Sì. La pratica di usucapione era stata presentata dalla madre del Sindaco».

«Vigliacchi!» esclamò indignato Martin lasciandosi sfuggire un gesto di stizza.

«Sì, Lucida Mansi è una persona ignobile, una vera strega!» commentò Sordello. Poi aggiunse: «Il suo aspetto è terribile. I suoi capelli sono tinti di biondo platino, non esce mai di casa senza essersi cosparsa di quattro mani di cipria bianca, indossa sempre occhiali scuri da sole con tanti diamantini incastonati nella montatura. Una vera strega!».

Martin digrignò i denti, poi disse con rabbia: «Ma l’usucapione deve essere documentata».

«A suo favore hanno testimoniato gli amici del Sindaco, primo fra tutti il dottor Zanche. La cosa più facile è stato corrompere Cagoja. Tutti furfanti, anime vendute».

Martin era impietrito sulla sedia.

«Sono turbato. E non accade tanto facilmente», commentò.

Con timore ripensò all’allucinazione che lo aveva colto mentre era in auto con Malatesta, quando gli parve di essere risucchiato in un burrone.

Pensò ad Agata e rimase assorto per qualche minuto.

Poi si riprese e ordinò l’agnello arrosto.

Appena ebbe terminato di pranzare, salì velocemente in camera e trascrisse sul suo Mac la storia che gli aveva appena raccontato Sordello.

Quinto Capitolo

L’Ingranaggio

1

Era già trascorso più di un mese da quando l’uomo della Jaguar era arrivato all’Hotel La Verde Luna. Partecipava spesso ad incontri, quasi ogni sera gli arrivava un invito a cena.

Martin, in questo era stato addestrato, riuscì ad affascinare e a conquistare la fiducia di molte persone importanti, ognuna delle quali aveva qualcosa di riservato da raccontargli. In molti speravano di organizzare buoni affari con lui.

Ma l’uomo della Jaguar non era arrivato fin lì per fare affari. Era arrivato alla ricerca di segreti, quelli che conoscono in pochi.

Nessuno aveva capito chi fosse realmente, tuttavia si era sparsa la voce che disponesse di ingenti capitali da investire ad Acquacheta.

Ma una sua iniziativa, da lì a qualche giorno, avrebbe prodotto tra i suoi nuovi amici un’enorme sorpresa. Anzi un grande sbigottimento.

2

La cosa più complicata era ricordare tutto: i nomi, i fatti, le circostanze. Tornato in albergo, spesso dopo la mezzanotte, apriva il MacBook e compilava il diario della giornata, indispensabile per organizzare il suo lavoro.

Anche quella sera si collegò via internet al server segreto nel quale confluivano ogni giorno le conversazioni registrate, attraverso le microspie.

L’ultima riguardava Vanni Musetto, il proprietario dell’hotel, mentre discuteva con il sindaco Malatesta: «Non capisco perché Belacqua abbia reagito con tanta violenza riguardo alla vicenda delle tessere. Non è dei nostri, ma non ci è mai stato ostile.... Il Generale ci ha fatto sapere che questa iniziativa è molto importante. Si tratta di una “nuova forma” che dobbiamo sperimentare. E non dobbiamo sbagliare».

Quella registrazione gli ricordò la conversazione che aveva ascoltato la sera in cui era appena arrivato all’Hotel La Verde Luna.

3

Il giorno dopo Martin entrò, come faceva quasi ogni giorno, nella sala ristorante e rivolse uno sguardo ammiccante a Sordello, con il quale giorno dopo giorno aveva legato sempre di più.

«Sordello» disse sottovoce, «cosa sai del Generale e delle tessere di partito pagate da Vanni Musetto?»

«Il Generale io non l’ho mai visto di persona. So che vive isolato in un castello e che è molto influente su tutti i notabili del territorio. E ben oltre».

Poi sussurrando, facendo attenzione che nessuno lo udisse, aggiunse: «Per quanto riguarda le tessere, Vanni Musetto ci ha provato anche con me.

“La tessera, ti regalo la tessera del Partito della Costituzione!”, mi ha detto. Sono anni che non vado più a votare e Vanni Musetto mi vuol regalare la tessera per votare lui al mio posto».

«E tu cosa hai fatto?»

«Ho accettato. Per via del lavoro. Dopo qualche giorno ne ho parlato con Belacqua».

«Belacqua?»

«Belacqua è il segretario del Partito della Costituzione».

4

La mattina dopo Martin si diresse verso Belnido, a circa venti chilometri dall’hotel.

La cittadina, prima che il Sindaco Malatesta si inventasse il referendum, era il vero centro culturale e amministrativo di Acquacheta e ancora costituiva il borgo più popolato. Sordello lo aveva informato che lì avrebbe incontrato Belacqua.

Arrivato in Piazza del Duomo, incrociò un’anziana signora con il cane.

«È distante il Caffè Voltaire?»

Alla domanda, la nonnina rispose con gentilezza: «Nell’altra piazza, più avanti c’è la Pasticceria Austriaca, quella che fa gli strudel alle mele, subito a destra c’è il Voltaire».

Martin Cavalcanti entrò nel bar e chiese di Belacqua. «Sono io, vengo subito».

Apparve un uomo magro, sessantenne, con uno sguardo sveglio.

Belacqua era un personaggio anomalo. Il suo passato era il Partito Comunista, il suo presente il Partito della Costituzione. A volte si guardava indietro, cercava di legare gli avvenimenti di quarant’anni prima con la realtà di oggi, cercando una coerenza.

La voglia di trovare una giustificazione, dopo quattro decenni di trasformazione di ideali politici, richiedeva una falsificazione dei fatti che poteva ingannare molti. Ma non lui.

Si sedettero nella veranda del locale. Tutt’intorno c’era Belnido, con le terrazze dei suoi caffè affacciate sulla cascata del fiume e piene di belle facce colte, ma anche facce di spie e di traditori.

«Mi interessa la storia delle tessere..», esordì Martin con poche speranze di avere una risposta.

Il segretario sapeva che all’Hotel La Verde Luna era arrivato da tempo un imprenditore che voleva investire ad Acquacheta. Lo aveva anche incrociato ad una festa, ma nessuno li aveva presentati.

Belacqua sentiva su di sé lo sguardo fisso di Martin e quello sguardo rimescolava la sua passione politica.

«Non è lo sguardo di un imprenditore, è qualcos’altro», pensò.

Poi invitò il suo ospite ad assaggiare l’Aperitivo Rosso, che era la specialità della casa. E cominciò il suo racconto: «Malatesta è stato eletto Sindaco di Malnido nelle liste del Partito della Costituzione. In occasione delle elezioni regionali voleva diventare deputato, ma un piccolo gruppo di iscritti al partito, un gruppo di visionari, convinti che sia ancora possibile salvare il mondo, gli ha tagliato la strada, cambiando beffardamente il suo destino politico.

Così lui, colmo di ira, ha lasciato il Partito della Costituzione e si è messo in lista con il partito fondato da Elena Medici, la potente Sindaca di Firenze. Sperava di diventare ministro nel governo regionale. Ma Elena non lo sopportava. Così lo ha silurato, anche lei.

Ciacco, infuriato, ha deciso di rientrare nel Partito della Costituzione, pur di rimanere in piedi. Per il gruppo dei visionari non è stato difficile convincere la maggioranza del partito che riaccoglierlo sarebbe stato imbarazzante.

Contro quei fanatici gli venne in aiuto Vanni Musetto, il proprietario dell’Hotel La Verde Luna, che ribaltò la maggioranza tesserando un centinaio di persone direttamente online, senza che loro ne sapessero niente.

«Le iscrizioni» aggiunse Belacqua con enfasi «le ha pagate tutte Vanni Musetto, buona parte di queste tessere sono state intestate a suoi dipendenti.

Le alte sfere del partito in un primo tempo si sono scandalizzate, poi hanno sorvolato, dimenticato tutto».

«Malatesta» continuò il segretario, dopo una pausa riflessiva «ora governa Malindo barcamenandosi tra il partito della Medici e il Partito della Costituzione. In questo modo seguita a fare il Sindaco e mantiene il controllo dei fondi pubblici destinati ad Acquacheta. Altrimenti sarebbe stato declassato dagli amici che contano all’interno dell’ingranaggio»

«L’ingranaggio?», sussurrò Martin.

«Sì, l’ingranaggio».

«Cosa intende per ingranaggio?»

«L’ingranaggio è la tempesta che è caduta su Acquacheta».

«Ingranaggio, tempesta, capisco le allegorie, ma potrebbe spiegarsi meglio?»

«Certo, potrei... Se servisse a qualcosa...».

«Sembra che abbia paura di superare il confine...» «Sì, forse ho paura. Il mio amico Max ci ha provato, ma non è stato abbastanza prudente».

Belacqua non era legato alla consorteria, ma ne conosceva a perfezione il funzionamento. Detestava l’ingranaggio, ma ci galleggiava sopra.

Martin non chiese di più. Di Max e della “Città Invisibile” sapeva molte cose, che aveva appreso ascoltando di notte le conversazioni registrate dei consorti di Acquacheta.

Il segretario del Partito della Costituzione sorrise, salutò, leggermente turbato, il suo interlocutore e rientrò all’interno del bar.

5

La consorteria è trasversale ai partiti e coloro che ne fanno parte si sentono dominanti. Ma c’è chi resiste.

La provincia di Acquacheta ha quattro facce.

Ci sono i consorti, ovvero i burocrati della corruzione. Ci sono coloro che resistono, rari, spesso nascosti e quasi clandestini.

In mezzo una maggioranza amorfa, assuefatta, che non vuole sapere. L’unica cosa che sa è che non è opportuno andare contro i consorti. Sono quelli che Dante chiama gli ignavi.

Poi ci sono gli anomali, che sanno, non si schierano e galleggiano. Belacqua faceva parte di questo gruppo, ma segretamente la sua simpatia andava a coloro che resistono.

Di nascosto ogni giorno comperava all’edicola “L’Ultima Voce”, uno dei pochi quotidiani d’inchiesta ancora indipendenti, lo nascondeva sotto la giacca ed evitava di esporlo nei tavoli del suo bar. A volte però il suo inconscio faceva il furbo e lui finiva per dimenticare “L’Ultima Voce” ben in vista sul bancone degli Aperitivi Rossi affinché tutti potessero leggerla.

6

L’avvocato Caifa, una delle spie che stazionavano fisse nei tavolini della veranda del Caffè Voltaire, nascosto dietro le pagine di un fascicolo di tribunale, aveva osservato a lungo con sospetto l’uomo della Jaguar.

Quando fu sicuro che fosse ormai lontano, si avvicinò a Belacqua e gli sussurrò: «Ho sentito che parlavate del Partito della Costituzione, di Ciacco Malatesta, di tessere comprate, di fondi pubblici. Chi era quello? Un giornalista?»

«Sì» ribattè divertito Belacqua, inventandosi tutto, «è un giornalista, uno di quei giornalisti investigativi che fanno inchieste sotto copertura».

Il segretario del Partito della Costituzione sapeva che non era così, ma gli piaceva crederlo. Al suo inconscio ribelle cominciava a piacere il fatto di innervosire le spie che stazionavano fisse nei tavolini del suo caffè.

Senza rendersene conto, la risposta data ironicamente all’avvocato Caifa avrebbe però creato qualche guaio all’uomo della Jaguar.

Sesto Capitolo

Il Girotondo

1

Al tavolino del bar iniziò il girotondo.

Il girotondo è il “giro”, la pelle del cerchio che racchiude la consorteria. Nella consorteria si entra solo se ne sei risucchiato. Oppure, se sei di un certo lignaggio, ti ritrovi automaticamente lì per parto spontaneo.

La consorteria esiste non solo nella provincia di Acquacheta. Esiste ovunque, aspetta solo di essere organizzata. Dentro il cerchio c’è la tavola dei ranghi: c’è chi comanda, chi è spia, chi è affarista, chi corruttore, chi concussore, chi semplicemente lacchè. Ognuno ha il suo posto.

L’ingranaggio è composto da tanti cerchi comunicanti che ruotano e danno impulso l’uno agli altri facendo funzionare la macchina. Gli ingranaggi differiscono poco da città a città, da territorio a territorio, la macchina funziona in modo quasi uguale ovunque.

Ma la sperimentazione della macchina, l’organizzazione del modello «Numero Uno», era avvenuta proprio ad Acquacheta, esattamente quando il Generale decise di trasferire qui la sua nuova dimora.

La missione di Martin Cavalcanti non era quella di entrare nel cerchio per distruggere la macchina, il suo compito era quello di studiare come funziona la macchina.

2

Nel giro di pochi minuti l’annuncio si sparse dai tavoli del Caffè Voltaire a tutti i ranghi alti di Acquacheta: «L’uomo della Jaguar è un giornalista d’inchiesta ed è arrivato per far fuori il Sindaco».

Tutti i funzionari, i politici, gli affaristi legati a Malatesta si spaventarono. La paura è un virus ed è molto più contagiosa del Covid, si trasmette immediatamente.

«Un giornalista d’inchiesta?» Quando la voce giunse alle sue orecchie, Martin Cavalcanti non si preoccupò. Si rendeva conto di essere stato un incosciente, forse anche un dilettante, però la situazione lo divertiva.

Poi si autogiustificò: una notizia falsa dà veridicità alla recita. D’altronde il suo lavoro era quasi finito e spaventare un po’ gli affiliati dell’ingranaggio poteva tornare perfino utile.

Aveva raccolto e catalogato un’enorme quantità di informazioni e ne era molto soddisfatto. In poco più di un mese era riuscito a capire molto di più di quanto avessero capito, in tanti anni, inchieste giudiziarie e ufficiali di polizia. Era stato invitato nelle case, nelle sedi, negli uffici che contavano. Aveva partecipato a feste e banchetti. Aveva conosciuto oligarchi e oligarchini, i loro amici e i loro nemici. E aveva piazzato segretamente piccolissime microspie e microtelecamere di ultima generazione. Le aveva inserite nella borchia delle agende di carta di lino, rilegate in pelle, che aveva regalato ai personaggi più influenti della provincia di Acquacheta.

La notte in albergo, dopo avere ascoltato le intercettazioni, aveva redatto le prime bozze del «Manuale», che ora erano segretate sul suo Mac, protette da password inviolabile.

Però Martin, mentre se ne stava seduto sulla poltrona della sua camera, fu preso dal timore di avere commesso qualche errore.

La sua curiosità letteraria lo aveva tradito? Il suo incontro con Belacqua aveva ipotecato la continuazione della sua missione?

3

Martin Cavalcanti non era un giornalista. Era un professore. Di letteratura greca antica. Il suo vero nome era Martin Komarek. Suo padre, un avvocato amico di Dubcek e del cardinale Tomasek, era cecoslovacco ed era fuggito in Italia da Praga con tutta la famiglia poco dopo la rivoluzione di velluto del 1968. Si era stabilito a Firenze e non era mai tornato nel suo Paese. Nella capitale della Toscana Martin era nato e cresciuto.

Più o meno quarantenne, aveva vinto una cattedra a Praga all’Università Carolina, fondata nel 1348 da Carlo IV, re boemo e imperatore del Sacro Romano Impero. E da Firenze era tornato a Praga dove aveva vissuto per una decina d’anni.

Aveva poi raggiunto una certa fama con il libro «Guerra e Corruzione», un piccolo best seller, pubblicato in prima edizione a Parigi, che analizzava le motivazioni psicologiche che inducono gli uomini a fare la guerra, partendo dallo studio delle Città Stato dell’Antica Grecia fino alla Russia, all’Ucraina, a Israele, a Gaza, alla Palestina.

Nelle pagine del suo libro Martin aveva concepito una nuova teoria: la guerra come patologia della corruzione. «Storicamente, dopo la corruzione, arriva la guerra..», aveva scritto nel suo saggio, «... è possibile evitare molte guerre se verrà contrastata la corruzione».

Per sconfiggere la corruzione, Martin aveva elaborato una teoria: “infiltrare agenti sotto copertura per identificare i corrotti. Prima che la corruzione spolpi il patto sociale tra gli uomini e prima che la corruzione partorisca la guerra”.

Ma la sua era letteratura.

4

Quella di infiltrare agenti sotto copertura era anche l’idea guida di Piercamillo D., un ex magistrato di Mani Pulite.

«In Italia le opere pubbliche» sosteneva D. nei dibattiti televisivi, negli incontri, nelle interviste «costano in media il doppio di quanto costano negli altri Paesi. In più le strade franano, i ponti crollano, abbiamo a che fare con manutenzioni scellerate, se non edificazioni scellerate. Anziché introdurre meccanismi amministrativi inutili, sarebbe molto meglio deburocratizzare le procedure ma mandare poi ufficiali di polizia giudiziaria sotto copertura a partecipare alle aste, fingendosi imprenditori. E chi corrompe deve essere fermato con l’arresto in flagranza. In questo modo potrebbe finire la spartizione delle aste».

«Nel 1992, durante Mani Pulite» aggiungeva D. «un importante manager spiegò che tutti gli appalti di un certo ente pubblico venivano assegnati mediante sorteggio, effettuato direttamente dalle imprese. Gli imprenditori si riunivano, estraevano a sorte e si spartivano gli appalti. Le aziende pagavano tutti, dal ministro ai commessi. Questo sistema allora era istituzionalizzato da almeno vent’anni. Siccome oggi non è cambiato niente, questo sistema è istituzionalizzato da almeno cinquant’anni. Non è così facile combattere la corruzione se non si sa quando, come e con quali tecniche viene praticata. Per questo bisogna infiltrare agenti sotto copertura».

5

Il dottor G., con un’importante carriera come procuratore, sapeva che l’istituzione del segretissimo Comitato Interministeriale Anticorruzione, di cui era divenuto il potente capo, derivava proprio da questa scia di pensiero. Dopo la sua istituzione, però, forze ancora più potenti ne avevano insabbiato l’attività.

Negli ultimi tempi il dottor G. era riuscito a riavere via libera per organizzare l’operatività del Comitato Interministeriale.

Dopo avere letto in ufficio l’ultima pagina di «Guerra e Corruzione», chiamò il suo assistente e gli fece notare la copertina. Poi aggiunse: «Rintraccia l’autore di questo libro, il professor Martin Komarek, e portalo qui. Il più presto possibile».

Settimo Capitolo

Il Manuale

1

I paladini che combattono la corruzione possono essere suddivisi in due gruppi. Chi è spinto dal desiderio di combattere eroicamente i corrotti per eliminarli totalmente dalla faccia della terra con ogni mezzo e chi combatte non tanto i corrotti ma la corruzione nella sua versione platonica, l’idea della corruzione.

I primi sono gli «idealisti guerrieri» (questa è la categoria a cui appartiene Piercamillo D.), disposti al sacrificio pure di sconfiggere il nemico. La loro ossessione è eliminare la corruzione dalla faccia del mondo. Sono in guerra contro la «Corruzione». Sono puri, senza macchia, punto e basta.

Sono totalmente presi nella loro missione che non si soffermano su cosa sia la corruzione, sulla filosofia della corruzione, sulla corruzione come fenomeno della natura umana.

I secondi sono «gli idealisti metafisici». Combattono anch’essi la corruzione con grande energia, ma vogliono scoperchiare la corruzione, l’idea della corruzione nascosta nella caverna di Platone. A volte la vedono come una bellissima donna empia, che causa infinite sofferenze agli uomini. La rifiutano, la combattono, ma nel contempo ne sono attratti. Misteriosamente. Soprattutto sono attratti dall’anima perversa della bellissima donna empia, una donna che appare all’improvviso e ricompare dove e quando non te lo aspetti.

Per Martin il problema non era ancora risolto. Temeva con paura, quasi con ebbrezza, di far parte di questa seconda categoria.

2

Circa sei mesi prima che arrivasse all’Hotel La Verde Luna, il professore era stato invitato a Roma, con una modalità abbastanza misteriosa, perlomeno strana.

La sede del Comitato Interministeriale si trovava in un bel palazzo barocco. Dalle sue finestre si intravedeva un parco verde con fontane e getti d’acqua. Martin non aveva idea del motivo per cui era stato convocato con estrema urgenza. Per di più in un appartamento sul cui ingresso non vi era né un campanello né una targa con il nome.

Il dottor G. aprì la porta della sala d’aspetto e disse senza salutare: «Le piace Roma?»

«Non la conosco troppo», rispose Martin.

«Come si può vivere senza conoscere Roma? Proprio lei? Come può non conoscere le storie crudeli, corrotte che si nascondono dietro i nostri palazzi?»

Lo guardò profondamente negli occhi e lo fece accomodare sul divano di pelle verde scura di una grande stanza, ben arredata, ma piuttosto buia. E aggiunse: «Ho letto il suo libro, professore. Lei è la persona che fa per noi».

Il capo del Comitato Interministeriale spiegò nei dettagli chi rappresentava.

Poi disse: «Le idee riportate nel suo libro sono originali. E sono attuali. Specialmente di questi tempi. Sono consapevole che governi corrotti, mi riferisco ad esempio a quello che sta succedendo in Russia, in Ucraina, in Israele e a Gaza, abbiano usato anche la guerra per salvare se stessi. La sua teoria funziona, ma aggiungerei qualche correzione».

«Qualche correzione al mio libro? Ho capito bene?»

«Il nostro Comitato ha il compito di combattere la corruzione, che ben prospera di questi tempi. Io non credo che qui da noi si stiano progettando nuove guerre per perpetuare la corruzione».

«Ne è sicuro?» obiettò Martin. «La storia evolve rapidamente, ma a volte regredisce. La volontà di potenza che sta dietro la corruzione vuole la propria conservazione. Anche con la guerra».

«Gli antichi Greci erano capaci di guardare in faccia la corruzione. È una frase del suo libro» rispose G. alzando il dito indice della mano sinistra, era mancino.

Poi, dopo avere abbandonato momentaneamente il suo autocontrollo di servitore dello Stato, continuò: «La sua riflessione mi piace. Siamo sopraffatti dalla corruzione perché non siamo capaci di guardare in faccia la corruzione. Ma non c’è solo la guerra dietro la corruzione!»

«Cioè?» chiese Martin.

«Dietro la democrazia, la nostra democrazia, incombono nuove forme. Nuove forme di società. Nel suo libro lei parla della guerra come strumento per consolidare il potere e della corruzione come strumento per impadronirsi del potere. La corruzione non è uno strumento per raggiungere il potere. È l’inverso: il potere è lo strumento, il fine è la corruzione».

Martin impallidì. Pensò: «Il procuratore ha ragione!» Il dottor G. si fermò per un attimo, poi disse: «Fermiamoci con la filosofia...»

Il capo del Comitato Interministeriale non terminò la frase, assumendo un contegno più adeguato al suo ruolo. Poi aggiunse: «Nelle prossime settimane verrà istruito. Perderà la sua identità e diventerà Martin Cavalcanti. Imparerà molti segreti del mestiere, poi andrà sul campo e diventerà operativo. Abbiamo scelto Acquacheta, un territorio della Toscana, perché lì non vi è mai stata una condanna per corruzione o concussione. È sempre scattata la prescrizione o non si è indagato. Lei dovrà individuare fatti, circostanze, persone, metodi corruttivi, dovrà documentarli e registrarli in modalità segreta nel suo PC. Ma non è questo che ci interessa da lei, professore. Non ci interessa scovare i corrotti. Il suo compito è quello di scrivere un “Manuale”. Non ci interessa quello che accade a Acquacheta, ci interessa come accade, come è organizzata la corruzione, quali sono le modalità, le forme della corruzione. Il suo Manuale diventerà la guida, la bussola per gli agenti sotto copertura che sparpaglieremo sul territorio nazionale. Mi attrae l’aspetto filosofico del suo libro, è per questo che l’ho scelta. Ripensi pure a Socrate, a Platone, a Sofocle, a Eschilo, a Omero, ripensi pure ai suoi amici filosofi dell’antica Grecia. Lei non andrà ad Acquacheta come un agente qualsiasi alla ricerca dei corrotti. Lei ci andrà come studioso per analizzare la corruzione nella sua totalità. Avrà a disposizione il nostro supporto tecnico, quasi illimitato. Prenda pure appunti, ma li nasconda in modalità segreta nel suo PC. Non mi interessano rapporti quotidiani o settimanali, non voglio ricevere alcunché sino a quando non avrà concluso il suo studio.

Finché non avrà analizzato tutto ciò che vedrà e udirà e finché non avrà trasformato tutto ciò in un manuale, non mi faccia avere nulla. Non voglio un rapporto sulla corruzione, voglio uno studio duraturo per sconfiggere la corruzione. E ricordi: voglio sapere tutto su di Lui. Tenga sempre a mente che Lui rappresenta il pericolo più grande».

«Lui? Chi è Lui?» chiese Martin.

«Non mi faccia domande. Dovrà capire da solo cosa voglio dire.

«Accetta?» «Accetto».

3

Seduto al tavolo del ristorante dell’Hotel La Verde Luna, il professore ripensava al suo primo incontro con il Capo del Comitato Interministeriale. Il suo lavoro sul campo era pressoché terminato.

Si sentiva soddisfatto. Attraverso le intercettazioni riprese dalle microspie nascoste nelle agende di pelle, aveva raccolto informazioni che non avrebbero salvato il mondo da future guerre, ma sicuramente erano in grado di fare saltare in aria tutta la regione di Acquacheta. Ma il suo compito non era questo. Il suo compito, come aveva ben chiarito il dottor G., era quello di utilizzare le informazioni per redigere il “Manuale”.

Ottavo Capitolo

Le Olimpiadi

1

L’idea dell’agente sotto copertura per fronteggiare la corruzione non è un’idea di Piercamillo D. È uno stratagemma già ideato più di duemila anni fa. Atene lo mise in pratica. In occasione delle Olimpiadi.

Martin Komarek nel suo saggio “Guerra e Corruzione” racconta questa storia: «Un famoso atleta, rampollo di una potente famiglia di una Città Stato dell’antica Grecia, si iscrisse ai giochi olimpici che si tenevano ogni quattro anni ad Olimpia, nel Peloponneso.

Per i Greci le Olimpadi non erano semplicemente competizioni sportive. La vittoria di una gara olimpica procurava ricchezza, fama, soprattutto potere politico per la famiglia e per la polis.

Il famoso atleta temeva di uscire sconfitto dalle gare. Decise così di ricorrere alla corruzione e comprò i suoi avversari e alcuni giudici. E vinse i giochi.

Tornato nella sua città, fu celebrato con grandi onori finché ne divenne il dittatore. Si abituò alla corruzione e la introdusse anche nel governo della polis.

Nel contempo la prassi di comperare le gare di Olimpia degenerò e arrivò il momento in cui tutte le città del Peloponneso decisero di rimediare. Furono predisposte squadre di agenti infiltrati che allettavano, con denaro e privilegi, atleti e giudici olimpici.

Coloro che venivano scoperti come corrotti venivano immediatamente esiliati dalle loro città e con il denaro proveniente dalla confisca dei loro beni venivano costruite ad Olimpia grandi statue di bronzo, denominate Zanes, affinché tutti i Greci avessero per sempre memoria dei loro intrighi».

«Noi contemporanei nei libri, nei giornali, nei convegni, nelle università» scrive ancora Martin Komarek «celebriamo l’Età dell’Oro dell’antica Atene e il suo apice culturale e politico.

Però Atene e la Grecia furono capaci di fronteggiare la corruzione attraverso agenti infiltrati, noi no. Noi, giorno dopo giorno, veniamo persuasi non a opporci alla corruzione ma a opporci sempre più a chi si oppone alla corruzione».

Martin era convinto della sua teoria: la gente non vuole la guerra, vuole la pace. I corrotti, per non perdere il potere, vogliono la guerra.

3

Mentre era ancora seduto al tavolo del ristorante, la frase di G. gli ritornava continuamente alla mente, come un’ossessione: «... incombono nuove forme».

Cosa voleva dirgli il capo del Comitato? Chi era “Lui”?

Nono Capitolo

Il Delatore

1

La missione procedeva senza intoppi.

Nel ristorante dell’Hotel La Verde Luna Martin stava gustando una saporita «bomba di riso», preparata secondo la tradizione con teneri bocconcini di carne di vitello e con piselli ripassati nel sugo di pomodoro.

A fargli compagnia al tavolo c’era il Vicesindaco Pietro Aino, completamente ammaliato dall’uomo della Jaguar.

C’erano momenti, ad esempio quando assaporava l’agnello della cuoca con la cuffia bianca, in cui Martin dimenticava totalmente la missione che lo aveva condotto ad Acquacheta. Ma adesso lì, davanti a quell’ipocrita di Aino, vedeva di fronte a sé il fantasma di Agata. Era come se fosse priva del corpo, solo pensiero. Lo supplicava di aiutarla, di farla uscire dal burrone.

Invece il Vicesindaco era gongolante e accarezzava un prezioso orologio d’oro che portava al polso destro. Era euforico per gli ultimi eventi.

L’uomo della Jaguar sapeva sdoppiarsi. Con la cassa messa a disposizione dal Comitato Interministeriale gli aveva appena versato un ingente acconto per la Fattoria Gialla, che sarebbe dovuta diventare la sua nuova residenza, dopo una costosa ristrutturazione già accaparrata dall’impresa del Vicesindaco.

Al di là della recita, Martin era sinceramente felice di avere acquistato la casa di Agata.

«Quando sarà finita la mia missione ad Acquacheta», pensò mentre brindava con Aino, «rintraccerò Agata a Parigi e le restituirò la sua casa. Non so come sarà possibile, ma lo farò. Sarà il mio compenso per la redazione del Manuale».

2

Nello stesso momento l’avvocato Caifa entrava nella casa a due piani di Ciacco, una costruzione lussuosa ma di cattivo gusto, edificata da pochi anni e nascosta dai rami di antichi pini che rendevano il luogo clandestino ed appartato.

«Insomma,» disse Malatesta facendo entrare Caifa, «cosa c’è di tanto urgente?»

«Ho visto Martin Cavalcanti al bar con il segretario provinciale del Partito della Costituzione».

«E allora?»

«Belacqua gli ha raccontato la storia delle tessere fasulle pagate da Vanni Musetto. Non è un imprenditore, è un giornalista investigativo. Hanno messo nel mirino proprio te. Ti vogliono far saltare».

«Non ci credo. Hai sentito male oppure Belacqua ti ha preso in giro!».

«Ho sentito bene».

Il Sindaco era incerto e non sapeva cosa rispondere, ma Caifa insisteva, ostinato nel suo racconto.

Ciacco congedò l’avvocato e subito dopo chiamò al cellulare il Vicesindaco Aino che in quel momento stava finendo di cenare con Martin nel ristorante dell’hotel.

«Pronto, Pietro? Caifa dice che Martin è un giornalista investigativo, mandato qui a cercare le prove per silurarmi».

«Non è possibile. Mi ha appena versato un cospicuo assegno come caparra per l’acquisto della Fattoria Gialla. È deciso a ristrutturarla e ad impiantarvi non so quale iniziativa. Un giornalista? Non ci credo. Martin vuole investire un bel po’ di soldi. Con lui faremo grandi affari, abbiamo parlato di altri progetti. Un giornalista non compra le case per fare degli articoli!».

«Hai ragione, rispose Ciacco. Probabilmente il nostro informatore ha bevuto troppo, si è sognato tutto».

«E poi Atamante ha controllato. Martin Cavalcanti è conosciuto. È del giro. Non ha mai dato problemi agli amici della consorteria. Anzi».

Tuttavia il racconto di Caifa turbò la serata ad entrambi, al punto che decisero di vedersi immediatamente.

Si incontrarono venti minuti dopo nella casa del Sindaco nascosta tra i pini. Uno di fronte all’altro, restarono immobili con un’espressione stordita. Quella situazione ambigua aumentò ancora di più la loro confusione.

Era già capitato altre volte che l’avvocato Caifa, poiché soffriva di solitudine, inventasse qualche storia per farsi considerare.

«Fandonie, assolutamente fandonie», concordarono entrambi.

Ma il complesso del complotto cova sempre nel cuore di chi vive di politica. Così partirono le telefonate incrociate tra gli oligarchini di Acquacheta. Nessuno credeva a Caifa, Martin era una risorsa da tutelare. Dopo tutte le cene, le feste e le promesse di affari da organizzare insieme!

Alla fine però concordarono entrambi che della questione andava informato chi decideva su tutto e per tutti. Sarebbe stato Lui a dire l’ultima parola.

«I canali di informazione del Generale» osservò Ciacco, che cominciava a sentirsi inquieto, «rappresentano la certezza assoluta. Informiamolo subito, Lui ci dirà cosa dobbiamo fare».

Pochi giorni dopo fu fissato l’incontro nella sede della consorteria, in occasione della riunione che avrebbe celebrato l’anniversario della fondazione. Si trattava di un importante evento a cui avrebbero partecipato i personaggi dei ranghi più alti della provincia, molti dei quali, nelle ultime settimane, erano diventatati grandi amici di Martin.

Avrebbe partecipato anche Lui, il Generale, colui che stava al vertice della Tavola dei Ranghi e che l’aveva ideata ed organizzata.

Avrebbero partecipato anche alcuni importanti ospiti di altre consorterie.

A quel punto il Sindaco di Malnido capì che la faccenda stava diventando molto seria.

Decimo Capitolo

Lucifero

1

Maghinardo, soprannominato il Generale Lucifero, aveva più di cento anni e i motivi della sua longevità erano ignoti. Era alto, magro, si muoveva lentamente, ma con un’andatura dominante. Al di fuori del tempio della consorteria, parlava raramente. Il tono della sua voce era basso, rauco, ogni sua frase sembrava una sentenza.

Era stato abbandonato dal padre, lui e la sua famiglia, quando era ancora un bambino e non l’aveva mai più rivisto. Scoppiata la seconda guerra mondiale, adolescente, era scappato sui monti con i partigiani. Poiché era agile, determinato nelle azioni di guerriglia, il comandante della brigata, chiamato da tutti il “Generale”, aveva preso Maghinardo (il soprannome proveniva da lui) sotto la sua tutela. Con il comandante discuteva di tattica militare ma anche di filosofia, di politica, di quella che sarebbe stata la nuova società dopo la vittoria sul nazifascismo.

Il generale vedeva Maghinardo come un figlio adottivo e lui a sua volta lo riconosceva come un padre spirituale. Finita la guerra si iscrisse all’Università e si laureò in legge. Grazie anche alla raccomandazione del capo partigiano, fu assunto all’interno di un importante dipartimento del governo romano.

Poiché era sveglio e molto capace, fece una rapida carriera e arrivò al vertice dell’organizzazione ministeriale. Divenne presto un dirigente scomodo e soprattutto incorruttibile.

Detestava la politica e il malaffare e si mise in testa di cambiare il mondo. Strinse amicizia con un manipolo di giovani funzionari che condividevano la sua visione del mondo, ma si procurò anche molti nemici. Poiché era caparbio e stregato dal quel sacro fuoco che avvolge solo gli idealisti, riuscì realmente ad ottenere qualche risultato.

Le sue battaglie erano agli inizi, ma in molti già intravedevano in lui un riformatore di quella religione corrotta che si chiama burocrazia.

Poi un giorno conobbe lei. Era bellissima, i capelli ramati raccolti in una coda di cavallo, i suoi occhi celesti erano di ghiaccio, le sue labbra sottili ma tremendamente sensuali.

All’inizio si spaventò, poi si arrese. Non poteva resisterle. Si stava innamorando della corruzione.

Lei lo ricambiò. Come la dea Eris, figlia della Notte, sapeva come trasformare gli uomini.

Il Generale rinnovò le sue conoscenze, ma le utilizzò in direzioni opposte, in affari turpi. Divenne, giorno dopo giorno, sempre più corrotto, non tanto per denaro, ma per il gusto dolce di corrompere.

Come Kurtz, il protagonista di “Cuore di Tenebra”, l’uomo diventato il signore dell’avorio dopo essere stato identificato in un dio dagli indigeni che vivevano sulle sponde del fiume Congo, si era trasformato nel re degli affari turpi.

Il Generale, giorno dopo giorno, diventava sempre più seducente, più elegante, più raffinato, più aristocratico e frequentava solo il vertice della società romana, dai ministri ai cardinali.

Era alto, bello, la pelle del volto chiara, la barba sempre perfettamente rasata. E contemporaneamente giorno dopo giorno qualcosa di ripugnante si insinuava e si nascondeva in lui.

Molte signore ne erano attratte, molte ne erano innamorate, ma Eris lo controllava e lui non faceva nulla per liberarsi dal suo giogo.

In poco tempo divenne assai potente. Invece di servire lo Stato, cominciò a servire se stesso e ad accumulare ricchezza. Era crudele e senza scrupoli, ma anche colto, saggio, benevolo.

Finché decise di diventare un nume e cominciò ad organizzare la consorteria come se fosse una comunità religiosa. Viaggiò a lungo per l’Italia e in ogni città spalleggiava i suoi confratelli e li aiutava a concretizzare i loro affari, tutti sporchi, spesso totalmente illeciti.

Aveva organizzato una rete di amici che lo amavano, ma ancor più lo temevano come fosse un novello Cesare Borgia.

Tutti coloro che lo tradivano o che non lo seguivano rischiavano. Politicamente, economicamente, professionalmente. Rischiavano la vita.

Da molti anni viveva protetto da Eris in un castello di Acquacheta, dal quale gestiva l’enorme ricchezza accumulata nel corso degli anni. Lì andavano ad omaggiarlo politici, mafiosi, industriali, burocrati. E tutti pendevano dalle sue labbra.

Nella biblioteca, a mo’ di altare, separata dagli altri scaffali, era fissata al pavimento una piccola libreria in noce massello, protetta da un vetro anti-proiettile. Al suo interno era conservata una cartella di cartone rigido, scura e spessa. Conteneva alcune pagine di appunti e alcune mappe, forse un libro. Gli appunti, le mappe e il libro erano segretissimi, nessuno poteva consultarli.

Tranne Lui, naturalmente.

Undicesimo Capitolo

Il Fuoco

1

Il «Promèteo liberato» è un opera perduta di Eschilo. La sua trama è un testamento. Un testamento per Atene e per tutte le altre Atene della storia, per Roma, per il Rinascimento fiorentino, per gli illuministi francesi, per New York, per i webmaster del XXI secolo sparsi nel mondo intero. Un testamento volutamente nascosto nel corso dei secoli affinché la sua morale andasse smarrita.

Secondo gli storici della letteratura greca, il testo originale è scomparso fin dal quarto secolo prima di Cristo.

Ma è veramente così?

Promèteo è un titano che ruba il fuoco agli dèi per donarlo agli uomini. Così Zeus, infuriato, decide di punirlo e lo fa incatenare a una rupe nel Caucaso, ai confini del mondo. Poi manda un’aquila a mangiargli il fegato, che ogni notte si rigenera. Finché Ercole, giunto nel Caucaso, uccide con una freccia l’aquila che dilania ogni giorno il corpo di Promèteo, spezza le catene e lo libera.

Scrive Martin Komarek nelle pagine di “Guerra e Corruzione”: «Ci hanno voluto far credere che alla fine, secondo Eschilo, Zeus e Promèteo si siano riconciliati. Al contrario, è solo quando Zeus viene abbattuto che i titani e gli uomini possono disporre del fuoco e della loro libertà. È tornato il tempo di abbattere Zeus».

2

Nessun posto al mondo ha traghettato i testi della filosofia e della letteratura greca più del monastero di Tatev. Costruito nel IX secolo, è ancora lì, arroccato su un altopiano sopra la gola del Vorotan, nell’Armenia meridionale, nella regione del Caucaso. In questo convento sperduto tra alti monti, furono conservati per molti secoli oltre 10.000 manoscritti, tra i quali opere di Platone, di Aristotele, di Sofocle, di Eschilo, di Euripide, finché nel 1170 i Turchi saccheggiarono il convento e bruciarono parte della grande biblioteca.

Scrive ancora Martin Komarek: «È a Tatev che il vescovo Stephen Orbelian, verso la fine del 1200, protetto da oltre cento monaci bibliotecari, custodì e nascose l’unico manoscritto rimasto del “Promèteo liberato”.

Promèteo aveva pietà degli uomini perché li vedeva vittime di eventi decisi dagli dèi, nei confronti dei quali, per inconsapevolezza o ignoranza, non avevano saputo reagire. Attraverso il fuoco, Promèteo voleva donare agli uomini la capacità di inventare il mondo. Senza che il mondo fosse concesso a briciole dai signori dell’Olimpo».

3

Quella di ritrovare il manoscritto perduto de “Il Promèteo liberato” è un’idea fissa di molti studiosi, filosofi, scrittori e uomini di potere.

Era stata in passato anche un’ossessione di Martin. Era arrivato fino al monastero di Tatev quando era professore all’Università Carolina di Praga, in un periodo in cui stava lavorando alla redazione di “Guerra e Corruzione”.

Si fermò a Tatev per alcune settimane senza trovare gli indizi che cercava. Finché, in procinto di lasciare il monastero, nel piccolo studio che fu del vescovo Stefano Orbelian, lasciò vagare lo sguardo dalla stretta finestra oltre le montagne verdi. Di lì vide la strada serpeggiante che si insinuava tra i torrenti e le cascate tumultuose delle gole armene in cui scorre un’acqua limpida e incorrotta. Poi improvvisamente, sparso tra le carte che stava esaminando, notò un documento.

E subito gridò: «A Venezia, è a Venezia che è stato portato».

Si concentrò sul documento firmato dal monaco benedettino Mechitar, che era riuscito a vedere solo grazie all’intercessione di don Emilio G., misterioso biblista, amico del cardinale Frantisek Tomasek.

L’arcivescovo Tomasek, leader spirituale della perestrojka boema, il 25 novembre 1989 a Praga davanti alla statua di Jan Hus aveva pronunciato un discorso che ha fatto la storia: «Come Promèteo, alzate la testa e raddrizzatevi. Proprio oggi dobbiamo chiederci come e perché. Non possiamo più trascurare la salute spirituale e morale del popolo....».

4

Nel 1714 Mechitar, preoccupato dalle aggressioni dell’impero ottomano, aveva deciso di trasferire la biblioteca in luoghi più sicuri. Arrivò a Venezia e con il tesoro segreto che apparteneva al monastero di Tatev acquistò l’isola abbandonata di San Lazzaro, che divenne San Lazzaro degli Armeni. Nel 1716 iniziarono i lavori per la costruzione del monastero dell’ordine dei Mekhitaristi. Qui, in un luogo del tutto inaccessibile, venne ricreata la biblioteca di Tatev con 70.000 volumi, di cui 4.500 manoscritti.

“Il Promèteo liberato” era ancora lì?

Ne era convinto Iosif Stalin che, nella primavera del 1907, soggiornò per alcuni mesi nel monastero di San Lazzaro. Di giorno faceva il campanaro, di notte ispezionava gli angoli nascosti del convento. Conosceva l’armeno e cercava il libro perduto di Eschilo per scoprire il segreto di Zeus. Finché l’abate Giurekian non lo cacciò.

Anche Lord Byron, cinquant’anni prima, aveva frequentato a lungo l’isola degli Armeni durante il suo soggiorno veneziano. Per motivi opposti a quelli di Stalin, cercava Promèteo. Voleva scoprire il segreto per sconfiggere gli dèi. Ma anche lui non lo trovò.

5

Lord Byron, Stalin, il generale Lucifero, Martin Komarek e quanti altri hanno cercato il libro di Eschilo, sottratto alla vista degli uomini?

Per scoprire cosa?

Dodicesimo Capitolo

La Tavola dei Ranghi

1

Lucifero arrivò su una Tesla nera accompagnato dal suo autista, un uomo di mezza età dal tipico accento toscano, basso, dinoccolato, molto ossequioso. Il generale aveva la stessa pelle chiara di ottant’anni prima: lucida e ripugnante.

Il “tempio” in cui si riuniva la consorteria era nuovo, ideato e realizzato da Mario Mari, un architetto che ricopriva un ruolo di alto rango nella camarilla. La struttura architettonica stava a metà tra un cinema e una chiesa: essenziale all’esterno, elaborata all’interno, come un mausoleo ravennate. Le pareti della grande sala delle riunioni erano dipinte a stucco, il soffitto ad archi luccicava di centinaia di stelle ed era affrescato su un cielo blu cobalto, ottenuto mescolando il gesso con il lapislazzuli. Dalla parte opposta rispetto al vestibolo spiccava una poltrona “Queen Anne Chesterfield” solidamente appoggiata sopra una sorta di presbiterio che correva lungo tutta la parete. Quel seggio solenne era il trono del Generale, alle sue spalle un grande affresco riproduceva “Frine di fronte all’Areopago”, ispirato ad un dipinto del pittore francese Jean-Leon Gerome.

La consorteria di Acquacheta non era stata inventata dal Generale. Era il clone di decine di associazioni segrete. Il Generale era uno dei capi, ma nel contempo ne era la guida morale, l’ultimo filosofo, tenuto in grande considerazione da moltissime consorterie sparse ovunque.

Lucifero, per organizzare il funzionamento del sistema, aveva riesumato la Tavola dei Ranghi, ispirata alla tavola dei ranghi della Russia imperiale, che stabiliva il ruolo e lo status di ciascun membro. Si trattava di una vera e propria burocrazia della corruzione.

Gli appartenenti al primo rango stazionavano alla destra del trono su poltrone rivestite di legno bianco e blu e sigillate alla parete. Erano i consiglieri di Lucifero, quelli che lo aggiornavano sullo stato delle cose, chi corrompere, come corrompere, come gestire gli affari correnti, come sperimentare “nuove forme” di corruzione. Alla sinistra di Lucifero vi erano gli scranni del secondo rango. Lì si decideva chi ammettere alla consorteria, chi doveva salire e chi doveva retrocedere. Non era possibile espellere qualcuno, perché dalla consorteria non si poteva uscire. Almeno da vivi.

Il grande salone, diviso in più settori, era riservato a tutti gli altri ranghi, dal terzo in poi. Ne facevano parte politici, magistrati, avvocati, commercialisti, militari, burocrati, giornalisti, medici, ingegneri, imprenditori, preti, commercianti. I più sapienti nell’arte della corruzione stavano nei ranghi più alti, a seguire gli altri, a seconda del livello di corruzione che avevano raggiunto. Talvolta nei sermoni di Lucifero comparivano riferimenti agli “Irraggiungibili”, ma nessun membro della Tavola dei Ranghi aveva mai incontrato fisicamente qualcuno di loro.

Ruotando la testa, il Generale indirizzò lo sguardo verso coloro che erano in sala, poi con voce solenne e rauca iniziò il suo discorso: «Le radici della corruzione partono da un tempo lontano. Ma mai come oggi la corruzione ridà forma al mondo. Abbiamo sconfitto la democrazia impraticabile degli antichi Greci, il Rinascimento, l’Illuminismo, Montesquieu, Toqueville, la Rivoluzione Francese, le teorie marxiste e le idee simili ad esse collegate. La corruzione sta vincendo. Siamo noi che governiamo, siamo noi che dettiamo le regole. Ciò rappresenta la più grande rivoluzione della storia».

Lucifero rimase in silenzio per alcuni secondi. Poi continuò: «La corruzione è sempre esistita e sempre esisterà perché è dentro di noi. Le rivoluzioni hanno proposto nuove forme di società, alcune vagheggiavano ideali di benessere generale, altre di identità nazionale o di giustizia sociale. L’ideale della nostra rivoluzione è invece la corruzione in sé. Non si tratta di una degenerazione, ma del fine ultimo. Tramite le guerre difenderemo la corruzione e tramite la corruzione diventeremo la nuova classe dominante. La corruzione sarà il motore della società del futuro, la base su cui si poggerà un nuovo sistema sociale».

Poi continuò, mentre sulle labbra gli spuntava un sorriso: «Noi siamo gli eletti, gli illuminati, per questo meritiamo privilegi speciali. Oggi governiamo buona parte del meccanismo, ma non del tutto. Molte zone d’ombra ci sfuggono, tanti sovversivi resistono. Il nostro obiettivo è conquistare il monopolio assoluto di tutto il meccanismo. Dobbiamo attrarre irreversibilmente nelle nostre fila quelli che aspirano a corrompere e reprimere tutti coloro che praticano stupidi ideali. Noi siamo la linfa del nuovo mondo, “la nuova classe”. Stiamo combattendo una guerra che presto ci permetterà di dominare il mondo.

Chi non è con noi è perduto».

2

Quando Lucifero terminò il suo sermone cominciava già a imbrunire.

Caifa non era mai stato ad una riunione nel tempio in quanto era stato accettato nella consorteria da poche settimane, non tanto perché era un avvocato, quanto perché era un delatore.

Gli ci volle un po’ di tempo per credere di essere veramente lì, in quel luogo, tra coloro che facevano parte della nuova classe dei corruttori. Come la maggioranza dei membri di basso rango, era un mediocre. Era attratto da Lucifero e al contempo ne era terrorizzato.

I consorti stapparono lo champagne e brindarono tutti insieme nella grande sala con i calici in mano. Poi, senza ipocrisia, cominciarono ad occuparsi delle faccende correnti.

Il dottor Zanche discuteva allegramente con Vanni

Musetto e altri due sulla tangente da assegnare al tal funzionario, l’avvocato Cagoja rassicurava su una sentenza favorevole del tal magistrato, il vice Sindaco Aino indicava come distribuire gli utili degli ultimi appalti.

Nel contempo i veri giochi si erano spostati nel piano sottostante. Nel grande bunker, costruito sotto la sala, tutto era stato studiato con cura dall’architetto Mario Mari. Le pareti erano insonorizzate e non si poteva entrare se non dopo un’attenta perquisizione: vietati i cellulari, le fotocamere e ogni strumento di registrazione.

Mentre in sala si festeggiava, nel rifugio blindato e completamente disadorno, Lucifero invitò i membri del primo e del secondo rango a sedersi intorno ad un lunghissimo tavolo marrone, costruito con legno di noce dei boschi di Acquacheta.

Ragazze molto graziose e truccate eccessivamente per essere cameriere servirono le migliori prelibatezze che arrivavano dalla cucina dell’Hotel La Verde Luna, non troppo distante dal tempio: caviale, funghi sott’olio, formaggi italiani e francesi, prosciutti di Parma, ravioli al sugo, arrosti di carne con patate fumanti, pesci al forno del Golfo Ligure, torte dolci alle mandorle e alla crema e una quantità enorme di frutta siciliana ed esotica. E poi vino Chianti e Barolo e naturalmente tanto Champagne.

Ognuno mangiava, beveva, si trastullava con le ragazze e godeva senza remore. Dopo circa tre ore il Generale, con un cenno della mano, fece capire che la baldoria era finita. Le ragazze sparecchiarono la tavola, ricevettero una busta piena di contanti e se ne andarono.

Le facce si fecero serie e si iniziò. Il tema da trattare era l’arrivo a Acquacheta di Martin Cavalcanti, il ricco imprenditore sbucato dal nulla e che aveva sedotto tutti conquistandone la fiducia.

Parlarono in molti, uno alla volta, ognuno raccontò il suo incontro con Martin.

Lucifero non disse una parola finché non ebbe finito di parlare l’ultimo consorte.

Poi, colmo d’ira, fissò i suoi occhi spiritati nel vuoto e cominciò a gridare: «Perché l’hai mandato qui, cosa stai cercando?

Tu G., il capo di quell’inutile Dipartimento Anticorruzione, non ti sei ancora reso conto di quale sia la matrice del nostro mondo, l’origine delle stelle?

Tu vuoi sconfiggere la corruzione, vuoi combatterci?

Ma noi la nostra rivoluzione, noi l’abbiamo già vinta. Tu non hai capito la storia.

Perché l’hai mandato a disturbarci?»

Poi, guardando nel vuoto, continuò: «Cosa hai risolto con le tue battaglie finora? Niente. La corruzione ha sconfitto qualsiasi ideale. Tu vuoi rendere liberi gli uomini dalla corruzione. Ma anche se vincessi una battaglia, la società perfetta a cui aspiri cadrà ai nostri piedi e noi subentreremo sempre con la nostra società imperfetta. Noi vinceremo e corromperemo, terremo il mondo intero lontano dagli ideali e dall’onestà, faremo accettare la corruzione per abitudine, nasconderemo la verità in fondo al pozzo, obbligheremo gli uomini a portare le catene come Promèteo e li educheremo a subire le ingiustizie e a rassegnarsi.

Così li renderemo felici, perché gli uomini sono abitudinari e deboli e si abbandoneranno volentieri a noi e alla nostra guida del mondo».

Alla fine sentenziò: «Di Martin Cavalcanti me ne occuperò io».

Nessuno osò obiettare. Chi ci aveva provato nelle riunioni precedenti, non era mai più stato visto nel bunker di Lucifero.

Il Sindaco di Malnido sentì che gli si stava gelando il sangue.

Tredicesimo Capitolo

La Città Invisibile

1

Max Stradivari, rimasto ucciso in un misterioso incidente d’auto, era il direttore e uno dei fondatori della “Città Invisibile”.

Il suo nome spuntava in modo ricorrente sulla bocca degli oligarchi. Costoro, nelle conversazioni registrate attraverso le microspie nascoste nelle agende, parlavano spesso di lui. Parlavano anche di Gil Maraini, amico e principale collaboratore di Max. Di entrambi parlottavano con disprezzo, convinti di “averli sistemati”.

Al tavolo del ristorante dell’Hotel La Verde Luna, prima di ordinare la cena, Martin interrogò Sordello: «Conosci “La Città Invisibile”?»

«Sì, certo. Era una rivista di Acquacheta. Ha pubblicato articoli che hanno creato numerosi problemi a Ciacco Malatesta e ai suoi amici. Usciva in edicola qualche anno fa, vendeva molte copie. Poi il direttore morì in un incidente e il giornale entrò in crisi. Il suo vice, Gil Maraini, continuò per un po’ le pubblicazioni. Gli fu fatta una guerra feroce e alla fine gettò la spugna».

Alcuni giorni dopo Martin entrò nella sala ristorante dell’hotel e Sordello lo fissò con uno sguardo complice, l’uomo della Jaguar capì al volo che il cameriere aveva qualcosa da dirgli.

«Allora, che novità?» domandò Martin.

«Nel ripostiglio, dietro la dispensa, ho trovato una scatola chiusa con nastro adesivo da pacchi. Sopra una dicitura con pennarello nero: “La Città Invisibile”. L’ho aperta...».

«E cosa hai trovato?»

«La collezione completa della rivista. Ho trovato articoli che riguardavano noti personaggi di Acquacheta. Poi una rassegna stampa di quotidiani locali su processi, dimissioni di assessori, querele e così via».

Martin rimase pensieroso per alcuni secondi.

Poi disse: «Posso dare un’occhiata a questa scatola?». «Nessun problema» rispose il cameriere «quel pacco pieno di polvere è stato abbandonato nel ripostiglio e nessuno ricorda la sua esistenza».

«Il nome di questa rivista» pensò soddisfatto l’uomo della Jaguar «è ricorso decine di volte nelle registrazioni. Finalmente ora avrò l’occasione di sfogliarla dal vivo.

2

Poco dopo, nella sua stanza, Martin osservò con attenzione alcune copie de “La Città Invisibile” e si soffermò su alcuni articoli. Ritrovò argomenti di cui si era già occupato nelle bozze del manuale. Lo attirò in modo speciale una copertina con lo sfondo celeste sulla quale era stampata una faccia che sorrideva furbescamente, con il titolo “La faccia dei furbi”. L’inchiesta era firmata da Gil Maraini.

Si concentrò e lesse con attenzione. Poi ricopiò una frase sul suo Mac e scrisse alcune note.

«Stradivari purtroppo non c’è più, però questo Gil devo incontrarlo», pensò.

Riascoltando alcune registrazioni che aveva selezionato, riuscì a delineare il profilo di Gil: lui e Max Stradivari avevano sfidato noti personaggi legati alla consorteria, gli articoli pubblicati su “La Città Invisibile” avevano svelato molti segreti. I loro reportages poi avevano dato origine ad inchieste giudiziarie che erano state insabbiate o erano finite in prescrizione. Come sempre era successo ad Acquacheta.

Già prima della morte di Max, intorno alla rivista era stata fatta terra bruciata. Gli oligarchi avevano lanciato una fatwa: nessuna pubblicità, nessun incarico, nessun contratto doveva essere stipulato con loro. Poi arrivò l’ordine di Lucifero: “querele a raffica”.

«Ci attaccano? Noi risponderemo con una miriade di querele», aveva sentenziato il Generale. «Li seppelliremo con le querele, che abbiano ragione oppure no. Così li fiaccheremo e smetteranno di scrivere contro di noi».

Alla fine Gil era stato obbligato a chiudere la rivista per mancanza di fondi.

Per mantenersi aveva accettato la proposta di una casa editrice che lo aveva assunto come traduttore delle opere di scrittori russi. Gli era rimasta poi una sorta di eredità, non giuridica ma morale: il loft che aveva ospitato la redazione de “La Città Invisibile”.

Si trattava della limonaia di un antico palazzo affacciata su una cascata del fiume che costeggia Belnido. Qui incontrava segretamente un giro ristretto di amici, con i quali condivideva un’infatuazione comune: la passione per Dostoevskij.

Quasi per sfida si definivano “Club Dostoevskij”, uno stratagemma letterario per nascondere la loro resistenza al potere della consorteria.

3

Gil aveva l’abitudine di prendere ogni mattina un cappuccino al Caffè Austriaco di Belnido. Seduto al tavolino di marmo rosato del bar, annotava sul suo taccuino le telefonate da fare in giornata.

Martin si sedette proprio nel tavolino adiacente e ordinò un caffè. Poi tirò fuori “L’Idiota” di Dostoevskij, edito dalla casa editrice russa Ast, e cominciò a leggere.

La cosa naturalmente attirò subito l’attenzione di Gil. «Vedo che legge Dostoevskij nella sua lingua originale» disse, rivolgendosi al suo vicino di tavolo. «Lei è russo?»

«No, ho imparato il russo a San Pietroburgo», rispose Martin, mentendo. «Vi ho soggiornato per alcuni anni. Mi piace leggere Dostoevskij nella sua lingua madre».

«Sono in pochi in questa terra appartata a conoscere Dostoevskij e lei arriva qui con “L’Idiota” in russo, pubblicato da Ast. Incredibile, non posso crederci!»

Poi pensò: «Una coincidenza?».

Lo assalì un turbine di pensieri: «No», rifletté, «quando si tratta di Doestoevskji le coincidenze non esistono. Con Dostoevskij le coincidenze si danno alla fuga, tratteggiano il destino».

4

«Chi era costui che davanti a lui leggeva l’Idiota in russo?» Lo squadrò dalla testa ai piedi.

«Ho ripreso la rilettura di questo libro, perché mi è capitato un incontro insolito con Dostoevskij» disse Martin.

«Un incontro insolito con Dostoevskij?»

«Attraverso una targa commemorativa ho scoperto che Dostoevskij, tra il 1868 e il 1869, soggiornò a Firenze in un appartamento di Piazza Pitti. Il padrone di casa era un certo Giulio Giannini. Nel 1856 aveva aperto una bottega d’arte dedicata alla carta, ancora oggi esistente, proprio sotto l’appartamento abitato da Dostoevskij, che lì comperava carta da scrivere, pennini e inchiostro.

Sono entrato nel negozio e ho trovato il nipote o il bisnipote di Giannini. Mi ha raccontato che Dostoevskij tutti i giorni visitava la Galleria degli Uffizi. Era stato stregato dalla bellezza della “Venere”.

Così ho elaborato un’idea fantasiosa. Mi sono convinto che la frase “la bellezza salverà il mondo”, riportata nelle ultime pagine de “L’Idiota”, sia stata pensata e scritta dallo scrittore russo a Firenze, probabilmente dopo una delle sue visite al Museo degli Uffizi».

«Quindi “la bellezza salverà il mondo” è stata pensata dopo una visita alla Venere?»

«Penso proprio di sì».

La connessione tra Martin e Gil era scattata.

5

L’uomo della Jaguar appoggiò “L’Idiota” sul tavolino e, con un sorriso malinconico che sfumava tra le labbra, disse: «Mi chiamo Martin, Martin Cavalcanti».

«Che ci fa uno così a Belnido?» pensò Gil.

«So cosa sta pensando. Che ci faccio qui? I vostri fiumi, le vostre cascate sembrano nascere dal paradiso. Ed io sono in cerca del paradiso».

«Anch’io lo sto cercando. Piacere, io sono Gil Maraini».

«Gil Maraini, il giornalista di quella rivista..., La Città Invisibile?»

«Esattamente. Come fa a conoscere la rivista? Sono alcuni anni che non esce più».

«Recentemente mi è capitato sotto gli occhi un suo articolo, mi pare si intitoli “La faccia dei furbi”».

La voce di Gil risuonò con gioia: «Che sorpresa!..». «Ricorda quell’inchiesta?».

«Certo che la ricordo, l’ho scritta io!»

Il volto del giornalista improvvisamente si adombrò. «Che succede?» chiese Martin.

«Preferisco dimenticare».

L’uomo della Jaguar si rese conto di avere toccato un argomento che correva sul filo del rasoio. Ma non intendeva mollare.

«Vorrei chiederle....».

«Sono passati diversi anni».

«Certo, però le coincidenze.... Non è mai opportuno ignorare le coincidenze!» ribatté Martin.

La fatalità di quell’incontro scaraventò Gil indietro di qualche anno.

«Il primo personaggio che compare in questa storia è Luigi Malabolgia, membro di rilievo del governo toscano», disse Gil, che ormai non voleva più sottrarsi ai ricordi. «In una riunione riservata convoca i suoi peones e ordina loro di creare subito una società a cui fare arrivare alcuni milioni di Euro di fondi pubblici, già pronti per essere intascati rapidamente».

«Nasce così “Caption Srl”», continuò Gil. «I soci peones non si sono mai occupati di promozione, né di turismo, né di pubblicità, l’amministratore è lo stesso segretario del ministro. Caption predispone un piano frettoloso, che viene approvato rapidamente dal Governo della Regione. Pochi giorni dopo la sua costituzione viene accreditata sul conto corrente della società una sovvenzione a fondo perduto di alcuni milioni di Euro. I capitoli di spesa sono truffaldini: un quarto per un video sul territorio, metà per la pubblicità, un quarto per le consulenze. “La Città Invisibile”» proseguì a raccontare Gil «scopre l’imbroglio e rivela tutta la vicenda, ma viene subito querelata, una decina di querele. Tutti i personaggi che fanno parte dell’affare querelano a raffica.

Nonostante ciò l’attività di Caption procede». «Quindi?» chiese Gil.

«Quindi fui informato che, in una sala cinematografica di Malnido, sarebbe stato presentato al pubblico il video di Caption dedicato ad Acquacheta.

Naturalmente mi recai all’incontro: il lungometraggio era pregevole, professionale, realizzato con notevoli mezzi, molte riprese erano state effettuate dall’elicottero.

A circa metà del filmato un uomo di circa sessant’anni, seduto accanto a me, e che io non conoscevo, mi disse stupito: “Ma questo filmato non è stato prodotto da Caption!”.

“Da chi allora?”, chiesi.

“Dalla Rai.”

“Dalla Rai? Com’è possibile?”

“Vede quel piede che spunta dalla pedana dell’elicottero?” “Sì.”

“Bene, quel piede è il mio.” “Il suo?”

“Sì, il mio. Alcuni anni fa mi è stato chiesto di accompagnare un giornalista e il suo operatore in elicottero. Gli ho fatto da guida per aiutarlo a identificare dall’alto i panorami più pittoreschi di Acquacheta. Questo filmato non è stato prodotto da Caption, è un filmato della Rai”».

«Quindi sono stati smascherati! E le querele?», chiese Martin afferrando la copia dell’Idiota.

«Nonostante ciò, il processo contro di me iniziò. I miei articoli, i miei esposti erano stati ignorati da chi doveva indagare».

«Com’è stato possibile?»

«La consorteria è molto forte. Noi abbiamo cercato di resistere e abbiamo pagato il conto. Io, Max e tutti gli altri...»

Martin era preso a tal punto dal racconto di Gil che dimenticò le opportune precauzioni psicologiche per non turbare il suo interlocutore.

Con voce volitiva si rivolse al giornalista e gli disse: «Mi racconti della consorteria... Voglio sapere tutti i dettagli!».

«Mi scusi, noi ci siamo appena conosciuti. Le ho già raccontato molto. Perché mi dovrei fidare di lei?».

Martin si rese conto di essersi comportato da ingenuo. La brama di raccogliere notizie per il manuale gli aveva fatto fare un passo falso.

Come un abile giocatore di scacchi, tutt’a un tratto trovò la risposta: «Per le coincidenze. Si deve fidare di me per le coincidenze!»

«Le coincidenza non esistono», interruppe Gil.

Martin rimase in silenzio per qualche secondo. Poi, come se lo avesse conosciuto da sempre, si rivolse di nuovo al suo interlocutore: «Gil, le coincidenze! Le coincidenze esistono, sono reazioni messe in moto da qualcosa di misterioso. Nei romanzi di Dostoevskij si possono scoprire un’infinità di coincidenze che tramano a nostro favore, a volte contro. Il criterio con cui si manifesta una coincidenza è difficile da capire. Eppure un criterio ogni coincidenza ce l’ha!».

6

A volte accadono fatti inspiegabili. Due persone si ritrovano a un tavolino di un caffè, due persone che non si conoscono ma che hanno affinità, che condividono un’idea. Queste persone, qualunque sia la loro storia, l’uno di fronte all’altro si caricano elettricamente e ognuno dei due trova interessanti, soprattutto giuste, le ragioni dell’altro.

Anche Gil non voleva rinunciare ad approfondire l’amicizia con Martin. Trovò così un compromesso tra il tempo e le coincidenze. E disse: «Vediamoci domattina a questo tavolo, faremo colazione insieme».

Quattordicesimo Capitolo

Il Signore del Fiume

1

Quando Martin lasciò il Caffè Austriaco, Gil rimase incollato alla sedia, paralizzato dallo stupore per l’incontro del tutto inaspettato.

Poi si alzò di scatto e si diresse verso la piazza dove aveva parcheggiato la sua auto. Salì, mise in moto e raggiunse a tutta velocità il casolare di campagna dove abitava Gabriel.

Dopo avere ben osservato che non vi fosse qualche estraneo nei paraggi, suonò il campanello e la portà del casolare si aprì.

Gabriel Morales era un notaio spagnolo, ma viveva ad Acquacheta da alcuni anni. Dopo tre lustri spesi a redigere testamenti e contratti, aveva deciso di cambiare vita e dedicarsi a fare il lettore e lo scrittore a tempo pieno.

“Uomo Zero” era il suo ultimo libro, una riscrittura in chiave moderna del Don Chisciotte, che stava per essere pubblicato anche in Italia.

Spronato dal suo amico Gil, aveva acquistato una casa di campagna senza preoccuparsi di spendere per adattarla ai suoi sogni di scrittore.

Il salone era diventato il suo studio e la parete più grande era totalmente occupata da un’enorme libreria bianca su cui risaltavano i volumi dei suoi autori preferiti: Dostoevskij, Gogol, Tolstoj, Sklovskij, Dante, Hemingway, Kafka, Borges, Kundera, Svevo, Seneca, Machiavelli, Cervantes, Jiménez, Garcia Lorca, Malaparte, Popper, Montesquieu, Toqueville ma anche John Le Carré. Di tutti i libri la versione in lingua spagnola era affiancata dalla versione gemella in italiano.

«Salve Gil, che c’è?» chiese Gabriel.

«Ho trovato un nuovo socio per il Club Dostoevskij. Mi sembra un prescelto, ma vorrei che tu reperissi informazioni, attraverso i tuoi amici» rispose il giornalista.

«Va bene. Mi ci vorranno come minimo quarantotto ore».

«No, non è possibile, devi farlo subito».

«Non posso telefonare io a Roma. Come sai devo attivare la triangolazione con Madrid».

«Ho intenzione di invitarlo alla riunione di domani sera. Prima di allora dobbiamo sapere chi è e se possiamo fidarci di lui».

«Va bene, Gil, ci proverò. In ogni caso c’è qualcosa che non ti ho ancora detto. Mi avevano già avvisato. Sarebbe stato molto probabile, ma non sicuro, che un certo Martin ci avrebbe contattato. Mi è stato detto che dobbiamo fidarci totalmente di lui».

2

Alle nove del mattino del giorno dopo Martin e Gil si ritrovarono al Caffè Austriaco nel centro di Belnido.

Il giornalista della Città Invisibile ordinò per entrambi cappuccino e strudel.

Prima ancora che arrivassero al tavolo si rivolse al nuovo amico: «Vuoi sapere della consorteria? Domani sera, con alcuni amici del Club Dostoevskij, ci incontreremo nella limonaia sul fiume. Vieni anche tu. Ti racconteremo cose interessanti».

«Per prudenza» aggiunse sottovoce «ci incontriamo senza dare troppo nell’occhio. Ci sono due itinerari per raggiungere la limonaia. Uno dalla via principale, l’altro nascosto alla vista della gente. Bisogna percorrere un sentiero lungo il fiume finché si giunge a una porta coperta da una siepe di gelsomino. Questa è la mappa per arrivare. Ti aspettiamo alle nove. Ti racconterò come è finita la storia di Caption».

3

Alle nove gli amici del Club Dostoevskij erano già lì e stavano parlando sottovoce fra di loro.

Gil e Gabriel, appoggiati alla ringhiera di un piccolo terrazzo della limonaia, sembravano ipnotizzati dall’acqua della cascata.

Il notaio aveva il suo modo di guardare il fiume: spavaldo, sicuro di sé. Alcuni mesi prima, a fine inverno, nonostante avesse più di sessant’anni, era sceso nel fiume e si era immerso nell’acqua gelida della corrente. Non aveva freddo. Ad un certo punto si era messo a cantare una canzone spagnola che ricordava molto le note di “Bella Ciao”. Ogni volta che guardava il fiume si sentiva un eroe in un mondo che, secondo lui, si stava sgretolando. L’uomo Zero era Max, ma Max purtroppo era morto.

Gil vedeva il fiume in modo differente. Preferiva sedersi vicino alla cascata e contemplare le gocce che la componevano. Si guardava tutt’intorno immaginando come avrebbe perfezionato il paesaggio. Gli piaceva guardare le rocce lambite dalla corrente, osservare attentamente le foglie degli alberi che penzolavano sopra il fiume. Era un modo diverso, quello di Gil e Gabriel, di provare la stessa nostalgia. La morte di Max e la chiusura della rivista pesavano ad entrambi.

Si stava facendo buio, Gabriel rientrò per primo all’interno della limonaia e, rivolgendosi agli amici del Club Dostoevskij, disse: «Le informazioni arrivate da Roma sono rassicuranti».

In quei giorni Gabriel era ancora più sicuro di sé. Stava per pubblicare un nuovo libro e si sentiva onnipotente. Non era preoccupato di niente, non degli oligarchi, non della consorteria che stendeva sempre di più i suoi tentacoli su Acquacheta. Poiché era un discreto scrittore, era anche un discreto folle. Insomma era illuso di sconfiggere il male, l’inumanità, la corruzione con la forza della letteratura.

Tutti sapevano che Gabriel, attraverso la triangolazione spagnola, aveva contatti con il Comitato Interministeriale, per cui quando disse «non so esattamente chi sia questo Martin Cavalcanti né quale sia il suo ruolo, la sua professione, però dobbiamo fidarci e dobbiamo condividere con lui tutto quello che sappiamo» nessuno ebbe più dubbi ad accogliere Martin tra i soci del Club Dostoevskij.

4

Martin si incamminò verso il ponte e si predispose a scendere sul greto del fiume. Appena arrivò in fondo ai quaranta scalini che dal ponte medievale portavano al sentiero e poi alla limonaia, capì perché quel luogo lo attraeva.

Cercava il fuoco di Promèteo, ma lo legava a quel luogo il vincolo dell’acqua.

Martin rifletté: «L’acqua scorre da sempre. Trascina nell’oblio tutto il bene e il male che facciamo sulla riva e al contempo è anche la nostra memoria, è questo il vincolo dell’acqua».

Ricordò i fiumi di Ungaretti, il Serchio, il Nilo, la Senna e l’Isonzo e ripensò anche lui ai fiumi della sua vita, soprattutto all’Arno e alla Moldava.

Appena cominciò a percorrere lo stretto sentiero che costeggiava il fiume, il suo umore si intrise di una placida contemplazione. Tutto intorno era silenzio incontaminato e il giorno finiva in un crepuscolo di luce.

Prima che il sole calasse del tutto, Martin vide la cascata, vide il volto della cascata, vide la verità di milioni di gocce che si avvicendavano sulle rocce, sempre uguali da centinaia di anni. La guardò e disse: «Enigmatica cascata, sopravissuta alla bulimia del potere..., ti prego resisti ancora un po’!».

Subito dopo, seguendo il profumo del gelsomino, intravide la porta. La spinse con energia, salì alcuni scalini ed entrò nel giardino dal quale si accedeva alla limonaia. Bussò alla seconda porta.

Erano circa le nove, lo stavano aspettando. Martin entrò in una grande sala settecentesca piastrellata con mattonelle di cotto toscano. Non provò nemmeno a borbottare qualcosa, si limitò ad osservare l’ambiente per una ventina di secondi.

Fu Gabriel a rompere il silenzio: «Gli incontri tra carbonari sono sempre suggestivi».

«Mi ha invitato Gil», disse l’uomo della Jaguar.

Il notaio si rivolse a lui con l’aria di un sapiente maestro: «Sì, sì, sappiamo tutto. Gil ci ha riferito. Tu vuoi sapere di Caption. Si tratta un romanzo giallo, la trama non è interessante. La soluzione non sta nella trama. Sta nell’appendice, nell’addendum».

«Ascolto...» disse Martin.

«Tu sai come si fa tacere oggi un giornale?» domandò Gabriel Morales.

«Si compra!»

«Perfetto. Questo vale per le grandi testate. Le compri, nomini nuovi direttori, nuovi redattori e il gioco è fatto. Per le piccole testate è più complicato. Non è possibile gestirle una per una, sorvegliare quello che scrivono, quello che fanno nei dettagli. A volte possono essere molto pericolose. Lo strumento per far tacere i piccoli giornali è la querela».

«Ma, se le querele sono infondate, le querele decadono», obbiettò Martin.

«Storie! Anche quando ci assolvono, perdiamo ugualmente. Il tempo perso a difenderci, i costi della causa sono bombe i cui danni nessuno risarcisce. Qui ad Acquacheta la consorteria ha sperimentato un metodo che sta facendo scuola.»

«Quale metodo?».

«Il metodo di Lucifero».

«Sì, sì, il metodo di Lucifero, ormai comincio a capire».

«La consorteria» continuò il notaio «è riuscita a fare in modo che i processi per diffamazione siano decisi da un avvocato, un giudice-avvocato. Se poi il giudice-avvocato è Cagoja non abbiamo scampo».

«Come Agata» disse Martin.

«Vedo che conosci già la vicenda di Agata», rispose Gabriel. Impallidì, poi a mezza voce riprese il discorso: «Nel Don Chisciotte, viene raccontata questa storia. Un fiume divideva in due parti un territorio, sul fiume c’era un ponte, in mezzo al ponte una forca e una specie di tribunale con dei giudici nominati dal Signore del Fiume. Questi giudici applicavano una legge che diceva così: “Se qualcuno attraversa il ponte deve prima dichiarare dove va e cosa va a fare. Se dichiara il vero, deve essere lasciato passare; se invece dice il falso, dovrà essere impiccato sulla forca che sta sul ponte”».

Il notaio si bloccò per qualche secondo, poi chiese: «Mi sai spiegare il senso di questa storia?»

«Credo di sì. La morale» rispose Martin «è che se i giudici vengono scelti dal Signore del Fiume, deciderà il Signore del Fiume se dici il falso o il vero. Quindi finirai impiccato in ogni caso, se lo vuole il Signore del Fiume. La legge non conta».

Gil stava ascoltando la conversazione, come tutti gli altri membri del Club Dostoevskij.

Ruppe il silenzio e disse: «Ascolta, ieri al Caffè Austriaco ti stavo dicendo che i miei articoli, i miei esposti erano stati ignorati da chi doveva indagare».

«Sì, ricordo»

«Stavo per affrontare la quarta udienza del processo, quella in cui sarebbe stata emessa la sentenza. Tutto era stato ben architettato. Però è successo qualcosa».

«Cosa?»

«Ho ricevuto una convocazione dal Procuratore di Milano».

«A quale proposito?»

«Un magistrato di Acquacheta, che stava seguendo una delle dieci querele, aveva inviato a Milano il suo fascicolo per competenza».

«Non capisco», disse Martin.

«Lasciami finire la storia e capirai. Alcuni giorni dopo il Procuratore Fabio de P., seduto davanti a me nel suo ufficio del Palazzo di Giustizia di Milano, mi ha interrogato a proposito del mio articolo sul “Caso Caption”.

“Guardi che c’è qualcosa che non torna,” risposi al magistrato. “Per questo reato mi stanno già processando nel Tribunale di Acquacheta. Siamo alla quarta udienza”.

“Come è possibile?” domandò il Procuratore. “Non lo chieda a me“ ribattei.

“La rivista è stata stampata a Milano. È così?” “Sì”.

“Allora la competenza è del tribunale di Milano. Lei aveva chiesto che il processo fosse trasferito al nostro Tribunale?”

“Sì.”

“E cosa è successo?”

“Il giudice di Acquacheta ha respinto la competenza di Milano e ha rifiutato il trasferimento”».

«Il procuratore», proseguì Gil, «esaminò le carte con attenzione, poi disse: “Mi racconti tutto”. Cominciai dal piede che sbucava dall’elicottero.

“Mi sono messo a indagare”, gli dissi “e ho scoperto che il filmato su Acquacheta era stato effettivamente girato dalla Rai e che la Rai non lo aveva mai messo in onda. Poi ho scoperto la catena: il giornalista, che ne era stato l’autore, l’aveva sfilato dall’archivio e lo aveva consegnato al ministro regionale, suo amico e compagno di partito. Il ministro a sua volta lo aveva dato al suo segretario, che era diventato anche amministratore di Caption. Il segretario, sempre a catena, lo aveva consegnato a un fotografo di matrimoni, che non aveva mai girato un video in vita sua. Il fotografo di matrimoni alla fine aveva emesso una fattura a Caption, una fattura di alcune centinaia di migliaia di euro. Senza avere girato nemmeno un minuto del documentario. Più o meno lo stesso era avvenuto per le consulenze e la pubblicità. Insomma il progetto Caption era un bluff, o meglio una super truffa”».

«E il Procuratore?» domandò Martin.

«Il Procuratore ascoltò, mi osservò e tacque. Tirò fuori dalla tasca una scatola di sigari toscani, ne mise uno in bocca senza accenderlo. Poi sollevò leggermente il fascicolo che stava sul tavolo e lo riposò bruscamente, con uno scatto d’ira. Sembrava che ce l’avesse con me. Poi disse: “Chiederò subito la sospensione del processo. Lei non può essere giudicato in due processi diversi per lo stesso reato. Studierò le carte e le farò sapere. Arrivederci”. Prese il fascicolo, la scatole dei sigari toscani e se ne andò senza salutare».

«E poi, com’è andata a finire?» chiese Martin. Intervenne il notaio: «Il procuratore di Milano ha ottenuto il trasferimento dei fascicoli, ha prosciolto Gil e ha rimandato tutta l’inchiesta alla Procura di Acquacheta affinché si procedesse per corruzione contro Caption, contro il ministro regionale, contro il giornalista Rai e contro tutti gli altri peones. La Procura ha riavviato un’inchiesta che è durata alcuni anni, poi tutto è passato al Tribunale. Alla fine è arrivata la prescrizione prima della fine del processo di primo grado. Nel frattempo “La Città Invisibile”, la nostra rivista, ha chiuso. Ecco come è andata a finire».

«Come aveva previsto Lucifero?» disse Martin per niente stupito.

«Sì, esattamente».

«In questa limonaia», proseguì il notaio, «ci ritroviamo anche per questo. Tentiamo di resistere. Sappiamo che prima o poi saremo impiccati in mezzo al fiume. La nostra attività non raggiunge quasi mai il traguardo.

Il nostro antidoto contro il precipizio consiste nel continuare a spingere il masso verso la cima della collina.

Non dimentichiamo il nostro amico Max Stradivari. La sua fatica spesso svaniva alla sera e ricominciava il giorno dopo. Come Sisifo».

5

Gli dei avevano costretto Sisifo, re di Corinto, a spingere un enorme masso fino alla cima di una collina, ma quando stava per raggiungere la sommità il macigno rotolava di nuovo giù a valle. E lui era obbligato a ricominciare la sua fatica. E questo per l’eternità.

Quale era stata la sua colpa?

Opporsi ai capricci di Zeus e credere che la sua città potesse vivere felice se guidata da un re filantropo ed ingegnoso, dedito al bene dei sudditi.

Aveva scritto Martin Kovarek nel suo saggio “Guerra e Corruzione”: «Chi lotta contro gli dei non si può fermare mai. Sisifo insegna la fedeltà a qualcosa che è oltre gli dei, qualcosa che sviluppa una forza capace di sollevare i macigni. Solo quando l’universo sarà libero dalla corruzione e dalle guerre, solo allora ci apparirà che spingere un enorme masso che rotola ogni volta non è né sterile né futile. Ha ragione Camus: “La lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo.”»

Al diavolo Zeus, “bisogna immaginare Sisifo felice”.

6

Appena si riprese dai suoi pensieri di professore di letteratura greca, quasi sottovoce, chiese: «Quindi per Caption ci sono state due inchieste parallele?»

«Sì Martin. Qualcuno, un magistrato anomalo, si è inserito nell’ingranaggio del meccanismo» rispose Gil «e noi a nostra volta ci siamo infilati al suo interno e lo abbiamo sconquassato».

«Poi loro hanno sconquassato noi», commentò il notaio.

Martin sentì scorrere dentro di sé una telepatia emotiva che lo legava a Gil, ma sentì anche che quel sentimento di sofferenza veniva sopraffatto da un’altra reazione chimica, qualcosa di molto piacevole.

Stava cercando i corrotti per carpirne le pratiche, studiarle e trasformarle in un manuale, invece in una limonaia sulla riva del fiume aveva trovato un covo di carbonari che a loro modo resistevano giorno dopo giorno.

Alzò lo sguardo e disse rivolgendosi a tutto il gruppo: «Mi auguro che esistano altri club Dostoevskij»

«Forse. Forse esistono. Ma non ne siamo sicuri», commentò Gabriel.

Martin afferrò una bottiglia di vino che era sul tavolino e la stappò. Poi versò da bere per tutti e disse: «Brindo al giorno in cui scopriremo che esistono altri Club Dostoevskij».

Tutti alzarono i bicchieri e brindarono con lui.

Passata mezzanotte, la riunione terminò e i soci del Circolo fissarono un altro appuntamento per la sera seguente.

Martin, mezzo stordito, si apprestò ad uscire dalla limonaia attraverso il percorso clandestino insieme a Gabriel e a Gil.

Quindicesimo Capitolo

Max Stradivari

1

Il giorno dopo nella limonaia sul fiume l’atmosfera era tesa. Una dozzina di persone stava seduta o appoggiata sulle poltrone e sui divani disposti a cerchio, sul tavolino collocato sotto il lampadario erano aperti cinque o sei libri. Martin arrivò puntualissimo alle nove di sera attraverso il passaggio che dal fiume conduceva al giardino.

Era irrequieto e, appena entrato, pose subito la domanda senza preoccuparsi delle reazioni dei membri del club: «Vorrei che mi raccontaste di Max Stradivari...»..

«Gradisci un bicchiere di vino?», chiese Gabriel. «Questa sera no. Sto bene così», rispose Martin. Quello di Max era un ricordo doloroso, che tutti preferivano diluire nel tempo che scorre.

Il notaio afferrò una sedia nel punto più lontano della grande sala pavimentata con cotto toscano, la fece roteare a destra e a sinistra e la posò vicino alla poltrona in cui era seduto l’uomo della Jaguar. Poi, tenendo la spalliera davanti, la inforcò come se fosse una moto pronta per partire verso una meta difficile da raggiungere lungo una strada disconnessa.

«Cosa vuoi sapere di Max?»

«Tutto».

«Tutto cosa?»

«Il suo lavoro di giornalista, le sue inchieste, i suoi articoli. E tutto ciò che ancora non so. Voglio sapere se esiste un archivio con gli appunti di Max».

Alcuni amici della limonaia erano indecisi. Era come se volessero bendarsi gli occhi. Non per paura, ma per paura che la malinconia li riavvolgesse. Forse anche per qualche vago senso di colpa.

«È opportuno ricordare ancora?» bisbigliavano fra di loro.

«Certo che è opportuno» disse Gabriel.

Anche lui però era ansioso, diversamente dal solito. Si affacciò sulla cascata che scorreva sotto le finestre della limonaia.

«Secondo la filosofia cinese del Feng Shui» si ripeté quasi per recuperare la sua forza tranquilla «il rumore dell’acqua che scorre porta calma e serenità e attira energia positiva».

Martin lo incalzò: «È stato ucciso per un articolo? Quale articolo?»

«Max Stradivari aveva il coraggio di scrivere su tanti argomenti pericolosi», commentò Alexia, ex redattrice della “Città Invisibile” e personaggio influente all’interno del club Dostoevskij. La proprietà della limonaia apparteneva alla sua famiglia.

«Volevano legarci le mani,» continuò Alexia accavallando le gambe.

«Non potevamo permetterlo. Con Max abbiamo raccontato quello che stava succedendo qui ad Acquacheta cercando di capire l’algoritmo della corruzione che opera ovunque. Riflessioni inedite che i grandi giornali hanno sempre trascurato».

«Sì» continuò Gil, «abbiamo sognato un giornalismo che affrontasse il potere invece di andarci a braccetto e frequentare le sue feste. Poi arrivò Maghinardo, detto Lucifero».

«Il Generale?», domandò Martin.

«Scoprimmo chi era» proseguì Gil «lo tenevamo d’occhio e cercammo di capire perché aveva scelto Acquacheta come laboratorio e quale fosse il suo progetto.

Finché una sera, mentre eravamo appena usciti dalla redazione del giornale, il Generale in persona, circostanza assolutamente straordinaria, ci fermò in un vicolo. Ci disse che stavamo mettendo a rischio la nostra vita.

Prendemmo la cosa alla leggera, però qualche giorno dopo, sull’autostrada, la mia auto perse una ruota e finì contro il guardrail. Mi spaventai ma ne uscii incolume.

Max mi disse: “Noi ci battiamo per dare voce a coloro che non ce l’hanno. Prendiamo le nostre precauzioni, ma ora più che mai non dobbiamo restare in silenzio. Tacere è come allearsi con Lucifero. Se molliamo, saremo complici”.

Un mese dopo Max morì in un incidente d’auto, gli avevano sabotato i freni».

«Quindi è stato un assassinio?» «Sì».

«E chi lo ha ucciso?»

«Maghinardo, detto Lucifero». «Ci sono le prove?»

«No».

«Poi che accadde?»

«Lucifero divenne sempre più potente, diede l’ordine agli inserzionisti di sospendere la pubblicità e di moltiplicare le querele. E “La Città Invisibile” chiuse i battenti.

La provincia di Acquacheta ora è diventata la tirannide di Lucifero che qui sta sperimentando un nuovo laboratorio sociale».

«E voi qui nella limonaia? Voi chi siete?» «Siamo i resistenti. Come Sisifo».

2

Terminò la riunione e i soci del club cominciarono ad uscire. Martin e Alexia se ne andarono insieme.

Dopo avere percorso a piedi alcune centinaia di metri e aver controllato che nessuno ascoltasse, l’uomo della Jaguar si rivolse ad Alexia con voce persuasiva: «Gabriel e Gil mi hanno parlato dell’archivio segreto di Max».

Sedicesimo Capitolo

L’Archivio Segreto

1

Max Stradivari aveva nel gruppo un ruolo speciale.

In Alexia era evidente un amore per lui a cui aveva ceduto naturalmente. Erano le loro menti che erano vicine, a cui talvolta seguiva la vicinanza dei corpi.

Alexia rappresentava in tutto “una bella donna”: era alta, con due spalle larghe e leggere, di carnagione mediterranea, il suo viso aveva qualcosa della “Gioconda” ma era meno beffardo, più asciutto e più pragmatico.

Alla fine di ogni conversazione seria, il suo sorriso assumeva una certa espressione ironica e nello stesso tempo colta, generosa, forse anche un po’ altera. In lei vi era qualcosa di nobile e la sua nobiltà era la porta che permetteva a queste caratteristiche di non passare inosservate.

La sua ricca famiglia le aveva lasciato in eredità un notevole patrimonio che le consentiva una vita priva di problemi economici.

Fu Alexia a lanciare l’idea di fondare una nuova rivista in una sera di primavera verso la fine del secolo scorso, Max sarebbe stato il direttore, Gil il vice.

In tutta la provincia Alexia aveva molti amici tra le persone che contavano. In molti si fecero vivi, desiderosi di partecipare all’iniziativa. Anche con lo scopo di tenerla sotto controllo.

«Amici», esclamò Max nella riunione costitutiva della rivista «chiunque può partecipare a finanziare la “Città Invisibile”, ma nessuno potrà condizionarla. Racconteremo i fatti senza preoccuparci di nuocere a questo o a quel partito, a questo o a quel notabile».

2

Martin e Alexia erano ancora nei pressi della limonaia. L’uomo della Jaguar tornò alla carica: «L’archivio segreto di cui mi ha parlato Gil.... di cosa si tratta?»

«La cartella rossa, una cartella in cui Max raccoglieva articoli, appunti. Non ce li ha mai fatti vedere, ci diceva che erano argomenti pericolosi, che doveva decidere attentamente come e quando pubblicarli. Dopo il suo incidente la cartella non è stata mai ritrovata».

«Come l’agenda di Borsellino» precisò Martin. «Con una differenza» riprese Alexia «quella di Borsellino è stata rubata. Questa, ne sono sicura, è stata nascosta da Max da qualche parte. Temeva di essere ucciso. Mi ha detto lui stesso: “Chi sarà in armonia con me la troverà”».

«L’avete cercata?»

«Abbiamo cercato con molta cura, ovunque. Max costodiva i suoi appunti dentro alcuni scatoloni in una stanza d’archivio che sta nella cantina. Abbiamo aperto tutte le scatole custodite in cantina, una per una, ma la cartella rossa non l’abbiamo trovata.

In ogni caso, sono sicura, non è stata rubata.

Spesso mi ha ripetuto: “Se io non ci sarò più, l’agenda rossa la troverà chi sarà in armonia con me”».

«Posso dare un’occhiata anch’io a quella stanza?» «Sì, certo. Vieni domattina».

3

Mentre Alexia stava aspettando nella limonaia, pensò: «Questo Martin mi piace, però è presuntuoso. Abbiamo cercato dappertutto, cosa pensa di trovare?»

In quell’istante il nuovo affiliato del Club Dostoevskij bussò alla porta della limonaia. Appena entrato chiese di andare in cantina dove erano custoditi gli scatoloni di Max. Li ispezionò uno per uno senza trovare tracce della cartella rossa. Poi vide uno scatolone danneggiato, dentro vi era la collezione completa della Città Invisibile. Molte delle riviste erano rovinate, in parte strappate. Sopra una dicitura evidenziata in pennarello nero: “Biblioteca Nazionale di Firenze”.

«E quello scatolone cosa significa?» chiese Martin.

«Quello scatolone doveva essere inviato a Firenze, alla Biblioteca Nazionale, ma poi credo che Max l’abbia sostituito con una nuova confezione perché questa era danneggiata, così è rimasta qui».

«Perché alla Biblioteca Nazionale?»

«È un obbligo di legge, tutti gli editori di riviste e giornali devono mandarne ad ogni uscita una copia alla Biblioteca».

«Intendi che dopo ogni uscita viene mandata a Firenze l’ultima copia?»

«Sì»

«E allora perché è stato mandato uno scatolone in una volta sola con tutte le riviste?»

«Era un’idea di Max. Le copie singole finiscono negli archivi per la consultazione. Max era felice di immaginare che un’altra collezione della “Città Invisibile” sarebbe stata messa al sicuro nel mausoleo della Biblioteca Nazionale. Pensare questo lo faceva felice. Era amico della direttrice e l’aveva convinta a prendere alcuni scatoloni con le seconde copie del settimanale».

Un brivido percorse di nuovo la schiena di Martin. Non era l’aria fredda che, attraverso la cantina, saliva dal fiume. Era il tremore di chi è colpito da un’emozione inaspettata.

4

Le regole di sicurezza impartite a Martin dal Comitato Interministeriale Anticorruzione erano molto precise: non avrebbe dovuto lasciare Acquacheta né avrebbe dovuto contattare il Comitato finché non avesse portato a termine il suo lavoro.

L’uomo della Jaguar decise però di fare di testa sua.

Alla sera cenò nel ristorante dell’hotel e, prima di salire in camera, incaricò Arunte, alla reception, di svegliarlo alle cinque di mattina del giorno dopo. Disse al portiere che aveva in programma un’escursione a nord dell’albergo, lungo il sentiero da cui si intravedono dall’alto il canyon e il torrente tumultuoso che vi scorre per oltre dieci chilometri.

La mattina seguente si alzò all’alba, raggiunse il parcheggio e inforcò una bicicletta a disposizione dei clienti dell’hotel. Dopo mezz’ora scarsa, arrivò alla casa di Gabriel e suonò con vigore la campanella di rame fissata sulla porta.

«Ciao Martin, che succede a quest’ora?» chiese assonnato il notaio.

«Ho bisogno di un favore, non ho tempo per spiegarti, però fidati».

«Dimmi».

«Prestami la tua auto, te la riporterò questa sera». «Splendida idea» rispose Gabriel ancora mezzo addormentato mentre cercava di capire dove aveva messo le chiavi della Jeep Renegade. «Ah, eccole, nessun problema».

Poi, senza fare domande, lo ammonì: «Fai attenzione».

5

Martin mise in moto la Jeep blu di Gabriel e partì. Consultò sullo smartphone la mappa digitale fornitagli all’inizio della missione dal Comitato Interministeriale e scelse il percorso lungo il quale non sarebbe stato tracciato da telecamere.

Imboccò una piccola strada comunale fino ad un passo poco frequentato che divideva il crinale dell’Appennino toscano da quello emiliano.

Viaggiò per alcune ore prima attraversando boschi di castagni nascosti tra le montagne, poi lungo le colline a sud di Bologna evitando sia le autostrade sia le strade nazionali.

Rientrò poi nelle montagne toscane e verso le undici arrivò a Firenze, parcheggiò in fondo alla strada che scende da Fiesole, poco fuori dal centro, e a piedi si diresse subito alla Biblioteca Nazionale, nella quale aveva trascorso molte ore durante gli anni dell’università.

6

Non accadeva tanto spesso, ma Max era felice quando andava a trovare la sua amica Lucrezia Cherubini, la direttrice dell’archivio della Biblioteca Nazionale. Lei era sempre allegra nonostante trascorresse molte ore di straordinario, senza possibilità di recupero, tra gli scaffali lunghi e ordinati sui quali continuavano la loro esistenza grandi e ignoti autori della letteratura italiana.

Seguendo un consiglio di Alexia, Martin si presentò nell’ufficio della direttrice e le disse che stava lavorando su Max Stradivari. Quando precisò che avrebbe voluto consultare “La Città Invisibile”, subito Lucrezia si aprì in un sorriso.

«Sono passati diversi anni..» disse senza finire il discorso «ti sono grata che tu riaccenda in me il suo ricordo. Ti accompagno al piano di sopra. Lì, in emeroteca, sono custodite tutte le riviste. Ti aiuterò a fare la richiesta e avrai a disposizione la collezione della Città Invisibile in pochi minuti. Quali numeri ti servono?»

«Credo» rispose Martin «che Max ti abbia consegnato alcuni scatoloni da custodire qui, negli archivi. È così?» «Sì, è così, ma sono le stesse riviste che si trovano in emeroteca».

«Forse in queste ci sono suoi appunti e riflessioni». «Non lo so, mi ha consegnato delle scatole di cartone chiuse con un nastro adesivo».

«È possibile aprirle e darci un’occhiata?»

«Sì. Vieni, ti porto dove sono custoditi gli scatoloni». Percorsero quattro, forse cinque enormi stanze sotterranee, file interminabili di libri erano allineati sui ripiani degli scaffali e sembravano salutare in una sorta di presentatarm.

Lucrezia riandò con la memoria ai suoi incontri con Max, ai discorsi sugli eretici, categoria di uomini e donne alla quale entrambi si vantavano di appartenere. Tutte le volte che Max le raccontava la vita e le storie dei grandi eretici, il suo cuore palpitava.

«Ecco le riviste della Città Invisibile, sono lassù, nel quinto scaffale in alto. Prendile pure e consultale, più avanti c’è un tavolo, ti puoi mettere lì. Chiamami quando avrai finito».

Martin allineò le scatole di cartone dalla parte del lato più lungo del grande tavolo di alluminio grigio e si sedette dalla parte opposta. Poi, allungando le braccia, le attirò verso di sé una per una.

Nel primo scatolone niente, nel secondo niente, nel terzo niente, il quarto era diverso. Nella parte superiore, sotto il nastro adesivo trasparente spiccavano due parole, quasi un segno, scritte a mano in carattere piccolo: “AR- BITRIO DELLA FORTUNA”.

«È questa!» penso Martin. Aprì la scatola con emozione, lentamente, come stesse stirando le carte di un poker. E guardò cosa c’era.

Alzò le riviste e la vide, era lì. La cartella rossa era lì. Conteneva una decina di fascicoli. Ogni fascicolo comprendeva un blocco di fogli scritti al computer e rilegati tra loro tramite due punti mettallici. Tutti gli opuscoli riportavano nella prima pagina il titolo e la dicitura in stampatello “INEDITO”. Si trattava di racconti, articoli, riflessioni, appunti di lavoro.

Incollato sulla cartella rossa Martin notò un foglio di carta sul quale, con pennarello nero, era stata vergata una frase: “Se non sarò io a riaprire questa cartella, l’Arbitrio della Fortuna avrà portato fin qui chi è in armonia. Max”.

Diciassettesimo Capitolo

La Tangente salverà il Mondo

1

Martin era esausto, ma anche emozionato. Voleva sapere. Ingurgitò tre pasticche di magnesio in una volta sola e afferrò il primo libretto.

Notò subito il titolo sulla copertina, vergato a mano: «Incontro con Eris».

Ebbe la senzazione di trovarsi di fronte a qualche verità incomprensibile, fantastica.

Con un certo timore passò alla seconda pagina e cominciò a leggere quello che sembrava un romanzo breve.

2

DALLA CARTELLA ROSSA DI MAX Incontro con Eris. Racconto di Max Stradivari

«Bertoldo e Ciacco pretendevano la tangente. Se avessi rifiutato, la ricompensa sarebbe stata la solitudine. È la solitudine, non la virtù che si oppone alla corruzione.

Jerez de la Frontera è una città dell’Andalusia, di pietra e di giardini. Siamo arrivati di sera dopo un lungo viaggio in auto di oltre duemila chilometri ed abbiamo incontrato subito una città frastagliata di palazzi bellissimi che mescolano lo stile del Rinascimento ad elementi islamici e al gotico spagnolo.

Per Bertoldo, l’Impiegato, e per Ciacco, il Direttore, il vero problema era trovare un albergo di lusso: il Castello del Parador era il posto giusto.

Da lì prendemmo un taxi e andammo in un ristorante, egualmente di lusso, nel centro storico. Lo sfarzo del luogo, secondo Ciacco, avrebbe dovuto facilitare la chiusura del patto, ma io del patto ero all’oscuro, ero concentrato su ciò che avremmo dovuto decidere il giorno dopo.

Si trattava di una grande idea. Qualche geniale ed anomalo funzionario di Bruxelles aveva recuperato i fondi per dar vita a una testata europea, della quale avrebbero fatto parte tanti piccoli giornali indipendenti sparsi dal Nord al Sud, dall’Est all’Ovest del vecchio continente.

Il finanziamento sarebbe transitato attraverso i dipartimenti di molte province europee. Acquacheta era stata scelta come il Dipartimento capofila, quello che avrebbe gestito i soldi.

La cena andò benissimo. Fino al cognac. Dopo il cognac, il Direttore guardò l’Impiegato scoprendo il piano. Lui cambiò umore e la sua voce mutò: “Saremo noi, noi del Dipartimento di Acquacheta, che avremo il compito di amministrare i conti”, disse Bertoldo senza sotterfugi”.

“Sarà il direttore della rivista di Acquacheta a realizzare il progetto editoriale, a scegliere i collaboratori, mettere in piedi l’organizzazione, inventare il settimanale cartaceo e il giornale online”.

“Max”, continuò Bertoldo “avrai un sacco di soldi da spendere. Però sia chiaro: se non ci darai la nostra parte, noi la convenzione non la firmeremo”.

“Ma ti rendi conto?” borbottai sbigottito. “Abbiamo viaggiato per duemila chilometri, stiamo realizzando un piccolo grande giornale che darà voce a tutti i Promèteo incatenati nelle montagne più nascoste d’Europa e tu mi chiedi la tangente, la tangente per realizzare una grande idea”.

“Così va il mondo”, disse Ciacco.

“Che devo fare?” borbottai.

“Devi darci la nostra parte.”

“Va bene”, sospirai disperato.

“La nostra parte è trentamila euro. A testa”. “Va bene” e non dissi più nulla.

3

Bertoldo è un tipo particolare. Lo sapevano bene negli uffici del Dipartimento.

Era costantemente preso dal desiderio di apparire e per questo era pericoloso.

I suoi miti erano gli Alti Ranghi. I suoi capi lo portavano nei ristoranti di lusso e con una cena lo ammaliavano. Poi lui per giorni raccontava, a chi aveva la circostanza di incontrarlo, i dettagli dei piatti prelibati e del vino D.O.C. bevuto in compagnia dei suoi idoli.

Tutti sapevano che Bertoldo non era un genio, ma aveva pregi ben più rilevanti. Era un piccolo burocrate servile, fedele, affascinato, ossequioso.

Dopo il ristorante, cominciò l’esplorazione del centro storico di Jerez de la Frontera, affollato di movida, di pub, di ragazze attraenti.

Ero turbato, Ciacco se ne stava in silenzio, senza rivelare alcun stato d’animo, e ogni tanto sussurrava a Bertoldo qualcosa a bassa voce.

Stavo pensando a quello che era successo e non riuscivo a digerire, nonostante la cena mi fosse sembrata leggera e insuperabile.

“Cazzo”, pensai “sono qui per realizzare un’utopia, trenta testate piccole, indipendenti, che stanno per federarsi in un’unica testata europea! E perché ciò avvenga devo pagare la tangente! Cazzo!”

Non sapevo cosa fare.

Per distrarmi guardai una giovane donna che mi stava passando davanti agli occhi.

“E’ bellissima!”, esclamai, senza rendermi conto che parlavo da solo a voce alta.

“Concordo”, annuì Bertoldo, molto rilassato giacché il patto di corruzione era stato siglato.

Seguimmo la ragazza bionda. Camminava ancheggiando e mostrava sotto la minigonna un paio di gambe perfette. Entrò in un pub e si avvicinò al banco del bar. Ci sedemmo vicino a lei, l’Impiegato tirò fuori i soldi della missione e ordinò una bottiglia di champagne. Poi ancora un’altra. Bevevamo e le sfioravamo le gambe lisce e abbronzate.

Il suo volto aveva il colore dell’alba e comunicava un vigore crudele che apparteneva, contrariamente alla sua carnagione, a chissà quale pianeta.

I suoi occhi erano impressionanti: ci guardavano con una forza ipnotica che si amalgamava alla perfezione delle sue tette, delle sue gambe, del suo corpo snello.

A tratti le sue pupille si rilassavano e la sua bocca si assottigliava in un sorriso. Eris, la tentatrice, la potente dea della discordia, capace di trasformarsi in mille donne, ci aveva sedotti, anzi rapiti, stregati, ammaliati.

Spudoratamente ci chiese di fotografarla con le gambe accavallate e la camicetta sbottonata sul reggiseno nero. Poi ci intimò dolcemente di mettere quell’immagine nella tasca della giacca. E di esserle fedeli.

Ciacco tirò fuori la sua nuovissima macchina digitale e le fece un ritratto, poi le disse: “Stamperò la tua foto e la porterò sempre con me”.

4

Nella rappresentazione della bellezza ognuno di noi dà forma alla proprie idee platoniche.

La corruzione ha in sé una grande bellezza. Bisogna lasciarsi andare, abbandonarsi, se si vuole capire fino in fondo che cosa sia veramente: perversione, ma anche bellezza.

La corruzione è un problema teologico più complicato del problema del male. L’atto della corruzione è un’esperienza che rivela ogni volta una nuova vertigine. L’orgasmo che il corrotto prova nel momento preciso in cui il fluido della tangente, con la sua forza magnetica, passa di mano è un’esperienza senza uguali.

Il male possiede uno strano fascino. In quel grande buco metafisico del male circondato dal fascino si cela il mistero della corruzione.

La corruzione salverà il mondo?

5

Tornato in albergo a tarda notte, mi sentivo stordito. Mi avevano fatto sedere a un tavolo e mi avevano fatto accettare un patto, dal quale ero attratto come da una vertigine.

Pensavo agli occhi della dea Eris, al suo sorriso di sirena e avevo una gran voglia di assaporare la beatitudine della corruzione.

Stavo accettando di corrompere me stesso nel campo d’azione che più mi rappresentava, in un campo d’azione che per me aveva il valore di una missione. La mia debolezza mi sembrava ripugnante. Ma ne ero attratto.

Non riuscivo a dormire.

Finché accadde qualcosa. Non so cosa. Decisi di partire subito, in piena notte, senza avvisare i miei compagni di viaggio.

Bertoldo e Ciacco erano arrivati insieme a me, con la mia auto. Alla mattina scoprirono di essere rimasti a piedi a oltre duemila chilometri da casa.

6

Ero salito in macchina, una Mercedes blu, comoda e spaziosa. Dovevo decidere l’itinerario, se seguire il percorso per Malaga e la costa oppure puntare verso Siviglia e poi da lì risalire verso la Francia e l’Italia.

Scelsi Siviglia. Erano appena passate le sei del mattino, pensavo a quello che stavo facendo e tutto mi sembrava irreale.

Avevo portato il mio spirito alla lingua del cobra e ora stavo fuggendo. Mi guardavo da fuori e sentivo di appartenere al mondo della corruzione come una faccia che ci appare in sogno appartiene al mondo reale.

Dopo quattro ore di viaggio intravidi in lontananza la sagoma della città di Siviglia. Il cartello verde dell’autostrada indicava la direzione “Centro”. Misi la freccia e puntai verso il casello.

7

Ci sono personaggi nel vortice dei soldi che passano attraverso i finanziamenti europei che appartengono alla cosiddetta “Selva Oscura”, quel luogo che secondo Dante sta tra la Terra e l’Inferno. Sono i mediatori della Tangente Europea.

A un convegno o a una cena o a una riunione mondana è possibile trovare sempre qualcuno di loro. Possiedono la grande arte di far sorridere sindaci e sindache, presidenti e assessori, funzionari di dipartimento e di regione. Non dicono mai cose troppo intelligenti, né troppo comiche e fanno in modo che tutto quello che dicono siano piccolezze che tranquillizzino chi ha in mano la cassa dei soldi. Si considerano istruiti ed eleganti e non tralasciano mai di raccontare, con falsa modestia, l’ultimo viaggio di lavoro a Bruxelles. Hanno tutti una fantasia ricorrente: quella di arrivare un giorno a frequentare la City.

8

Ad Acquacheta, il personaggio chiave del mondo di mezzo era Bernardo Madolfi.

Giacca blu Burberry, pantaloni beige Burberry, camicia azzurra Burberry, cravatta di cashmire, si presentò grintoso all’appuntamento, che mi aveva richiesto prima che partissi per Jerez de la Frontera. Era molto seccato.

“Gli eretici sono i distruttori dell’Ordine Europeo. Smettila di fare l’eretico, stai creando problemi a tutti noi. Come fai a non capire che così va il mondo”.

“Quindi” soggiunse cambiando voce e assumendo un tono pacato e gentile “tu darai a Bertoldo e a Ciacco quello che ti chiederanno. Io gliel’ho già dato. Così vivremo tutti felici e contenti”.

“Non credo che mi chiederanno qualcosa” risposi, senza far trasparire il più piccolo turbamento.

9

Eretici?

L’azione si svolge in Spagna, a Siviglia, al tempo più pauroso dell’Inquisizione, quando ogni giorno nel paese ardevano i roghi per la gloria di Dio e con grandiosi autodafé si bruciavano gli eretici.

Egli volle visitare i suoi figli proprio là dove avevano cominciato a crepitare i roghi degli eretici. Egli scende verso le vie roventi della città, in cui appunto la vigilia soltanto, in un grandioso autodafé, alla presenza del re, della corte, dei cavalieri, dei cardinali e delle più leggiadre dame di corte, davanti a tutto il popolo di Siviglia, Torquemada, il Cardinale Grande Inquisitore aveva fatto bruciare in una volta, ad majorem Dei gloriam, quasi un centinaio di eretici.

Il testo che ho appena menzionato, tratto da “I Fratelli Karamazov” di Fëdor Dostoevskij, fa parte del capitolo “Il grande inquisitore”, fra le pagine più belle della letteratura di tutti i tempi.

Lo scrittore russo mette in scena il ritorno di Gesù. Milleseicento anni dopo.

È un manifesto contro l’imbecillità degli inquisitori, categoria mentale fatalmente legata alla violenza della corruzione. È soprattutto un inno agli eretici, i suoi figli eretici che “Egli volle visitare proprio là dove avevano cominciato a crepitare i roghi”.

10

Ero arrivato a Siviglia. Avevo passato una notte senza dormire. Ero turbato dai miei pensieri. Improvvisamente lo vidi, davanti alla fontana di “Plaza de la Virgen de los Reyes”. Torquemada veniva lento verso di me, i suoi occhi mi fissavano.

“Ti brucerò sul rogo degli eretici!” mi urlò.

La mia anima si dibatteva, tremante e spaurita. Poi sentii la sua mano sulla mia spalla. E mi svegliai.

Il cameriere del Bar Catedral, situato proprio di fronte alla Cattedrale di Santa María de la Sede, la più grande di Spagna, edificata sull’antica moschea di Almohadi, mi porse il caffè che avevo ordinato qualche minuto prima.

Il piano di marmo rosa del tavolino, a cui mi stavo appoggiando, rifletteva un’enorme testa di toro imbalsamata, appesa ad un pilastro all’interno del caffè. Era una testa di toro del colore della pece, con le corna e le narici bianche. Emanava un’espressione di forza, una forza sbalorditiva. Sembrava che tutta la forza del potere di Torquemada si fosse concentrata in quella testa di toro. Gli occhi di quella testa mi guardavano intensamente e più mi avvicinavo, più guardavano fin dentro di me. Vivi e spietati.

Quegli occhi cominciavano ad attrarmi, erano gli stessi occhi della ragazza bionda di Jerez de la Frontera. In quegli occhi era sancito l’ordine minaccioso, inviolabile, di sottomettermi. Sembrava che fossero stati strappati dal corpo di Torquemada e messi lì, chirurgicamente, in quella testa, per perpetuare il potere del Grande Inquisitore.

Subito dopo dalle labbra del toro uscirono delle parole: “Perché vuoi disturbarci? Sai che cosa succederà domani? Domani stesso io ti farò ardere sul rogo, come il peggiore degli eretici. E tutti coloro che oggi ti ammirano, domani, a un mio cenno, attizzeranno il tuo rogo. Lo sai? Sì, tu lo sai”.

La bellezza della corruzione mi stava chiamando, sentivo che si stava incarnando dentro di me quell’orribile demone che ti trasforma da eroe in corrotto.

Ero spaventato.

Mi balenò il pensiero di mollare le mie stupide idee e di tornare a Jerez de la Frontera, da Bertoldo e da Ciacco. Avrei pagato, mi sarei sottomesso e avrei goduto a più non posso con la giovane ragazza bionda grazie ai soldi del Dipartimento di Acquacheta.

Al diavolo, proprio così, al diavolo l’informazione indipendente!»

Diciottesimo Capitolo

Il Trionfo di Eris

1

Appena uscito dalla biblioteca, dopo aver salutato in fretta Lucrezia Cherubini, Martin si sedette di fronte all’Arno e si incantò ad ammirare il Ponte Vecchio e le architetture della città d’arte più bella della Terra.

Ripensò con euforia, ma anche con terrore, al racconto di Max. Poi respirò profondamente e occhieggiò la cartella rossa che aveva trafugato nascondendola sotto la giacca.

Lui e il direttore de “La Città Invisibile” erano in armonia: entrambi cercavano il segreto della corruzione, entrambi per capirlo, questo segreto, erano disposti a spingersi verso sentieri pericolosi e a portare il loro spirito alla lingua del cobra.

Martin fu preso dall’ansia di leggere tutti i manoscritti contenuti nella cartella rossa, ma si stava facendo tardi e avrebbe dovuto rientrare all’Hotel La Verde Luna all’ora di cena per non dare nell’occhio.

Sgattaiolò in fretta per le strade strette del centro storico di Firenze badando bene a non incontrare qualcuno che lo riconoscesse e raggiunse velocemente la Jeep di Gabriel parcheggiata sotto gli alberi delle prime colline fiorentine.

Poi ripercorse a ritroso il viaggio che aveva appena fatto la mattina, finché giunse alla casa del suo amico spagnolo.

Recuperò la bicicletta, si infilò lo zaino dietro le spalle e tornò là all’Hotel La verde Luna.

2

Martin era ancora stordito dal racconto che aveva letto mentre era nei sotterranei della Biblioteca Nazionale. «Straordinario», pensò con agitazione. «Tutto ciò è solo immaginazione? La donna bionda di Jerez de la Frontera era un’invenzione o esisteva realmente? Gli occhi di Torquemada erano solo suggestione, ipnosi?»

Non si trattava solo di fantasia. Anche lui conosceva quei confini in cui bellezza e corruzione si mescolano svuotando l’anima di chi tenta di resistere.

Decise di non avere paura.

3

Con un’anima meno ovvia li riconobbe: Ciacco era diventato Sindaco di Malnido, Bertoldo, con le sopracciglia degli occhi quasi unite l’una all’altra, capo dei vigili urbani. Mentre Max era stato assassinato.

Aveva un gran desiderio di salire rapidamente in camera per concentrarsi sulle altre pagine contenute nella cartella rossa, la cartella che aveva trafugato in mattinata nell’archivio della biblioteca e che ora custodiva nel suo zaino da escursioni, ma decise di farsi vedere al ristorante affinché la sua assenza non destasse sospetti.

Terminò frettolosamente la cena e, per non perdere altro tempo, evitò di incrociare Sordello. Poi percorse le scale di corsa. Arrivato in camera, si buttò sul divano e aprì la cartella rossa. Ne estrasse vari fascicoli e ne scelse uno il cui titolo attraeva la sua attenzione.

Sul frontespizio vi era scritto: “L’ultima intervista”. Nel sottotitolo in carattere più piccolo: “22 marzo, Il mio incontro con Lucifero”

Diciannovesimo Capitolo

Il Castello di Lucifero

1

DALLA CARTELLA ROSSA DI MAX L’ultima intervista. Il mio incontro con Lucifero. Racconto di Max Stradivari

«Quando, la mattina dopo, traumatizzato dall’inverosimile incidente che aveva coinvolto Gil in autostrada, arrivai nella limonaia, c’erano con me anche Alexia e Gabriel.

Entrambi intuirono che strani pensieri mi stavano passando per la testa. Discutemmo a lungo, ma io non li misi al corrente di ciò che sapevo su Lucifero e neppure del mio progetto.

Il giorno seguente raggiunsi il parcheggio della stazione di un paesone a circa venti minuti dalla limonaia e, dopo avere ben controllato che nessuno vedesse i miei movimenti, salii in tutta fretta nell’auto di Mario Mari.

L’architetto Mari faceva parte della consorteria e aveva un ruolo di vertice nella tavola dei ranghi. Aveva progettato e diretto i lavori per la costruzione del tempio di Acquacheta, un’architettura suggestiva che aveva attirato l’attenzione dei consorti.

Era un vanaglorioso, dalla camarilla era tollerato in quanto si era sparsa la voce che fosse figlio illegittimo di Lucifero, nato quarant’anni prima da una relazione segreta, una relazione sfuggita al controllo di Eris.

Quando mi incontrava mi raccontava senza remore i segreti del suo “tempio”. Dal tempio era poi finito ad accennarmi aneddoti sulle riunioni che vi si tenevano segretamente. E ancora mi dava informazioni sulle persone e su alcuni argomenti che venivano trattati nel piano sotterraneo, quello dove si prendevano le decisioni importanti.

Per qualche strano mistero mi considerava un amico: penso che fosse questo il principale motivo per cui mi metteva al corrente di situazioni che nessun membro della consorteria avrebbe mai avuto il coraggio di rivelare.

Quando mi disse “Lucifero ti vuole incontrare” cominciai a capire la sua natura di Giano con due facce che guardano in direzione opposte. Una faccia onesta mi forniva informazioni, l’altra faccia immorale obbediva a una regia ben studiata. Il Generale aveva organizzato la sua pesca, tramite il suo beniamino aveva gettato la pastura e ora voleva agganciarmi all’amo.

2

Mari uscì dal parcheggio e proseguì guidando per trenta chilometri lungo una strada di campagna, tra dirupi e grandi piante di castagno che parevano piegarsi su di me per avvertirmi che qualcosa di terribile si nascondeva al di là dei boschi di Acquacheta.

Giungemmo alle pendici di Longobuco, un borgo medievale che si arrampicava su in alto verso la cima di un monte roccioso. Qui sorgeva un castello, circondato da un’atmosfera ombrosa e da mura altissime e invalicabili. Ci fermammo infine davanti a due paracarri d’acciaio retrattili. Lasciammo l’auto e salimmo a piedi.

Dopo una marcia di altri dieci minuti, lungo un piccolo viottolo lastricato di pietre grigie irregolari, arrivammo ad un enorme portone di legno che sbarrava l’entrata al maniero. Quando, al di là dell’androne, nel cortile all’aperto, vidi la scalinata esterna che conduceva alla porta della residenza di Lucifero, provai quel senso di paura che prova chi è stato condannato a morte e sta salendo verso il patibolo. Mi imposi a fatica di varcare la porta e mi ritrovai in un lungo, angusto corridoio con numerose librerie in legno chiaro fissate alle pareti. Tutti gli scaffali traboccavano di volumi, perlopiù antichi, tranne gli ultimi in alto che sorreggevano teste di animali imbalsamate fissate al muro.

In fondo al corridoio, in una specie di anticamera, riconobbi, seduto a un’enorme scrivania, gli occhialini di Lorenzo Beria, il segretario comunale di Malnido. Era concentrato su alcuni documenti e contemporaneamente consultava un grande video appoggiato sul tavolo. Pareva che stesse analizzando carte nautiche per proporre la giusta rotta al capitano della nave. Alzò lo sguardo, mi vide e non disse nulla, anzi non mostrò alcuna sorpresa. Beria era un fidato consigliere di Lucifero. Solitamente accondiscendeva il suo padrone ma era anche pronto a difendere le proprie opinioni, seppur con molta prudenza, nei casi in cui la sua visione delle cose fosse divergente. Era l’unico, tra tutti i personaggi vicini a Lucifero, a cui era permesso qualche dissenso.

3

“È arrivato” disse Beria al citofono.

“Fallo entrare” rispose una voce rauca, sempre al citofono.

Qualcuno, non ricordo chi, la sua faccia era totalmente priva di lineamenti, spalancò la porta con un inchino, sembrava un ballerino, e mi accompagnò in una vasta sala. Mario Mari era scomparso, in quanto la sua missione era conclusa.

Lucifero era adagiato in una sedia di legno, sui cui braccioli appoggiava entrambe le braccia. Davanti a lui una grande scrivania di castagno scuro, completamente vuota, non un foglio, non una penna, non un libro, non un cellulare, non un computer. Solo un citofono da tavolo.

Mi guardò fisso con gli occhi di Torquemada e mi disse: “Ti aspettavo Max. Cio che ci unisce è la purezza e l’avidità. In te vedo il figlio che deve tornare a casa, come Zeus con Promèteo”.

Poi tacque per il tempo di quattro respiri. Neppure io dissi una parola.

4

“Da molto tempo ti seguo, ti osservo, segretamente. Ho letto con attenzione i tuoi articoli. Molto ostili.

Io ti percepisco, fiuto il tuo spirito, i tuoi pensieri, la tua intelligenza” disse Lucifero con fare autorevole e grave. “Sei integro, di conseguenza potrai diventare un grande corruttore, un asceta della corruzione. Non ti voglio arruolare nella tavola dei ranghi, il tuo posto è tra gli Irraggiungibili.

Ciò che ci unisce è la ricerca di una risposta, che io ho già trovato. Dopo avermi ascoltato, potrai scegliere”. Sospese per qualche secondo le parole, poi spalancò la bocca ed emise un suono gutturale che sembrava una risata ma ne era anche l’esatto contrario.

Lentamente riprese il discorso: “Il socialismo e il capitalismo sono ormai arrivati alla fase terminale. Finalmente è arrivata l’ora della Corruptocrazia. Saremo noi ad avere il predominio sociale, saremo noi la nuova classe. La Corruptocrazia si estenderà a tutto il mondo e il nostro predominio crescerà attraverso il controllo totale degli strumenti politici, sociali, burocratici. Il nostro esercito sarà la Tavola dei Ranghi. Ora non stiamo ancora utilizzando a pieno l’arte sublime della corruzione, ci stiamo solo esercitando. Acquacheta è un esperimento, tutti i personaggi che conosci in questo territorio, e di cui tu scrivi, sono pedine attraverso le quali facciamo esperienze. Le conoscenze che abbiamo appreso qui verranno presto diffuse e applicate ovunque nel mondo.

L’ideologia che disegna la nostra funzione sociale e le nostre aspirazioni è descritta nel libro segreto di Eschilo. Un libro che bisogna leggere al contrario, così come lo ha letto Stalin e tutti coloro che non volevano abbattere gli dèi, ma imparare a diventare dèi.

Noi abbiamo la funzione di incanalare la società affinché il cielo e la terra raggiungano la loro forma perfetta: noi, gli Irraggiungibili, sulle vette dell’Olimpo, gli uomini nella bassezza del mondo. In mezzo la Tavola dei Ranghi, al nostro servizio. Tu, come Promèteo, devi tornare a casa.

Il capitalismo è finito, non importa chi detiene la proprietà delle case, delle azioni, delle industrie, delle terre. Presto, attraverso la corruzione, avremo il dominio della ricchezza. Proprietà significa dominio e senza dominio non c’è proprietà. Se proprietà e dominio sono separati, conterà solo il dominio e la proprietà non avrà alcun valore.

Non credi alla mia teoria?

Ascolta bene: il proprietario di una casa o di una fabbrica ne è realmente il proprietario se noi, attraverso la corruzione della burocrazia o della politica, gli impediamo di esercirare il suo di diritto di abitare o di produrre delle merci?

La risposta è semplice: è più importante il controllo della casa o della fabbrica attraverso la corruzione piuttosto che la mera proprietà della casa e della fabbrica.

Attraverso la corruzione assegneremo la proprietà, ovvero il dominio dei beni, a noi stessi e avremo presto più ricchezza di tanti Stati, lo Stato non conterà più di fronte a noi, saremo noi i nuovi Stati”.

Rimasi impietrito. Non potevo reagire con alcun nervo della mia faccia perché temevo di venire fulminato all’istante. Lucifero scrutava i miei occhi, la mia bocca e cercava di leggere ciò che stava passando nella mia mente. Mi frugava nell’anima.

“Non sono di fronte a un Joker qualsiasi”, pensai, “sono di fronte al dio dei folli, un dio illuminato, geniale, un extraterrestre, un filosofo impazzito ma lucido, velenoso come un cobra”.

Mi domandai incredulo: “Quello che ho appena sentito è totalmente inverosimile oppure è reale? Lucifero è unico o esistono altri Luciferi simili a lui?”.

Era arrivato il momento di fuggire. Ma come? Dove?

Nei momenti in cui senti che la catastrofe è vicina, paura e coraggio sono due elementi inseparabili.

Misi da parte qualsiasi sottomissione e mi posi di fronte a lui con superbia, come se fossi anch’io uno di loro, come lui esigeva.

Con un accenno di sfida, guardai i suoi occhi taurini. Poi dissi: “Ritengo inutile tentare di convincerti, ma davvero il potere della corruzione può risucchiare il capitalismo e le grandi industrie, le multinazionali, il loro potere economico, può risucchiare l’egemonia dello Stato? Può risucchiare tutto il potere che governa il mondo?

Mi pare solo un’idea fantasiosa che, per diventare reale, richiederebbe moltissimo tempo...”.

Mi rispose con il contegno del più sapiente filosofo: “Nella prima meta del 1400 in tutta l’Europa i più saggi tra gli scienziati, i letterati e i filosofi avrebbero risposto come te.

Chi avrebbe potuto essere così preveggente da immaginare che il potere si sarebbe spostato dai principi e dai duchi medievali, forti di eserciti possenti e castelli ben difesi, verso una compagine sordida, volgare di usurai. Eppure qualche anno dopo queste famiglie di usurai, come i Medici a Firenze, decisero i nomi di re, di imperatori, di papi, decisero il futuro del mondo e la sua magnificenza.

È questo il tempo in cui, attraverso la corruzione possiamo accumulare potere e predominio più di qualsiasi altro gruppo o classe sociale. Più delle banche, più dei capitalisti, più dei politici. Sempre più disporremo di fondi colossali, di un lusso in una modalità che mai è stata conosciuta finora nella storia, di una possibilità di realizzare progetti mai pensata. Presto saremo noi a nominare politici, magistrati, alti burocrati, cardinali, generali, come stiamo già facendo in gran parte ad Acquacheta.

Apri con questa chiave la libreria ancorata al centro del pavimento. È un privilegio che ho permesso a pochi. Apri il libro di Eschilo. Dopo aver appreso il segreto del fuoco, conoscerai te stesso. Poi dovrai scegliere se vorrai essere un dio o un uomo”.

Mi avventai sulle pagine di Promèteo, il libro perduto di Eschilo, e ne rimasi sconvolto. La lettura mi provocò molta sete, era la sete del potere, e mi fece quasi svenire.

Lucifero si avvicinò a me, richiuse il libro e mi disse teneramente: “Quando sarai pronto, gli ex libris partiranno”.

“Gli ex libris?” risposi.

“Sì, gli ex libris del maestro tipografo”.

Poi aggiunse: “Il maestro tipografo ha trascorso venticinque anni sull’isola di San Lazzaro a Venezia, nella tipografia dei frati armeni, poi alla fine è riuscito a scovare il Promèteo nell’archivio segreto, custodito nei sotteranei del monastero. Ma i frati lo hanno scoperto e hanno tentato di ucciderlo. Noi lo abbiamo nascosto nella nostra antica stamperia, sempre a Venezia, in Calle del Fumo, dove ha ricostruito e duplicato “Il Promèteo liberato”.

La stamperia ci appartiene e da lì, attraverso i suoi biglietti stampati a piombo, non falsificabili, amministra la rete che ci tiene in contatto, gli uni con gli altri.

Gli uomini comunicano con internet e attraverso il Web noi li controlliamo e li dominiamo. Per comunicare tra di noi, gli Irragiungibili, utilizziamo gli ex libris. Sono infallibili, si tratta di un metodo che non è possibile intercettare.

Quando entrerai nella stamperia, dovrai scegliere una lettera dell’alfabeto greco, la lettera greca verrà inserita negli ex libris che poi verranno spediti a tutti gli Irragiungibili. Così loro sapranno che ti ho scelto e sapranno come riconoscerti”.

Ero drogato dalla lettura del Promèteo e dalle parole di Lucifero. Lucifero mi aveva appena messo al corrente di segreti che non mi lasciavano scampo.

Cercai dentro di me le anime di Promèteo, di Ipazia, di Dante, di Tommaso Campanella, di Jan Hus, di Giordano Bruno, di tutti gli eretici bruciati a Siviglia da Torquemada e le concentrai nei miei occhi carichi di odio. Strinsi i denti, poi la bocca fino a mordermi le labbra e gridai: “Ho letto il libro di Eschilo nel giusto verso. Non mi avrai, vecchio pazzo. Il fuoco non ti appartiene, non mi sottometterò mai a Zeus. Io desidero solo la tua fine. Ora conosco il segreto del fuoco, che muta forma in ogni tempo. Per te è morte, per me è vita: il fuoco dell’informazione, della televisione, di internet, della burocrazia, della politica per te è manipolazione, per me è libertà. Vai all’Inferno, vecchio pazzo!”.

I miei pensieri risuonarono forti tra le mura del castello, ma per fortuna riuscii a comprimerli dentro la mia bocca.

Poi piano piano mi calmai.

Per salvarmi la vita, decisi di mentire: “Le pagine che ho letto hanno risvegliato la mia sete. Andrò a Venezia”. Lucifero si alzò dalla scrivania, si avvicinò alla finestra e alzò gli occhi. Oltre gli uccelli, oltre le cime delle piante, il suo sguardo cercava la montagna più alta, costantemente circondata da nubi bianche, impossibile da raggiungere senza il permesso dei signori dell’Olimpo. “Vai subito a Venezia, disse, cerca Calle del Fumo, al maestro stampatore di’ che la lettera è ω, la Doppia Omega, poi aggiungine un’altra tu, a tuo piacere. Partiranno gli ex libris, l’eco del tuo nome percorrerà tutte le strade. Ci vorrà tempo, tu aspetta, saranno loro a cercarti”.

Volse ancora lo sguardo verso la finestra e se ne andò.

Era un gesto di addio.»

Belnido, 22 marzo

Ventesimo Capitolo

Le Stelle

1

L’Omega è l’ultima lettera dell’alfabeto greco: annuncia la morte.

Senza coinvolgere i suoi amici, Max aveva provato a difendersi, ma Maghinardo, detto il Generale ma anche Lucifero, era stato più abile.

Il racconto della cartella rossa sconvolse Martin a tal punto che per tutta la notte non riuscì a dormire. La mattina scese molto presto nella sala delle colazioni, piena di gente, contrariamente al solito. Tutte le camere dell’albergo erano state occupate da professori, studenti, cultori della Divina Commedia in quanto nel pomeriggio era prevista ad Acquacheta l’apertura del convegno dedicato a Dante Alighieri.

Si sedette al tavolo e ordinò un caffè, un solo caffè che consumò controvoglia senza la torta di mele alla quale solitamente non rinunciava. Poi uscì a piedi dall’albergo.

Quasi senza rendersene conto si avviò verso nord e percorse un sentiero che costeggia una stretta gola nel cui alveo scorre un torrente impetuoso e inaccessibile. Dopo avere camminato per un paio d’ore, giunse nel punto in cui il canyon si dissolve e le acque del torrente si addolciscono e perdono la loro forza, dando origine a un fiume diverso.

Il paesaggio da paradiso terrestre rammentò a Martin il Lete, il fiume dantesco che cancella la memoria e ci fa dimenticare le nostre colpe terrene.

Si tolse i vestiti e si immerse nel piccolo lago formato dal fiume. Volteggiò più volte nelle acque miti e trasparenti e si sentì quieto.

Completamente quieto.

2

Rimase nel lavacro più o meno quattro ore, poi si rivestì e si avviò verso l’hotel.

«Forse è lì che dobbiamo tornare» pensò mentre camminava «dobbiamo tornare nel paradiso terrestre, dove non apparteniamo agli dèi, ma all’universo, nel paradiso terrestre della libertà, dove la bellezza della natura non muta, dove la temperatura dell’acqua è mite e sempre uguale.

Il racconto di Max aveva aperto decine di brecce nella sua mente, ma quale era la possibilità che avrebbe dovuto scegliere?

Guardò il Lete dietro di sé: quel fiume segnava il confine oltre il quale la corruzione non aveva più senso, non esisteva, esistevano solo l’amore e la libertà.

3

Per tornare all’hotel scelse il percorso più lungo. Mentre camminava, volse lo sguardo verso il cielo e lo scoprì incredibilmente luminoso, con centinaia, migliaia, milioni di stelle luccicanti.

Il racconto di Max e il castello di Lucifero ripresero a ballare nel suo cervello. Si domandò di nuovo se fosse tutto vero oppure solo un’invenzione letteraria. Sapeva che al più presto avrebbe dovuto informare il dottor G., ma nel contempo la sua mente era prigioniera di Lucifero. In fondo lui era uno scrittore, un filosofo, non un agente segreto.

La testa gli stava scoppiando, per fortuna arrivò lei.

Mentre stava aprendo il cancelletto che introduceva al giardino di fronte dell’albergo, una Mini Cooper verde scuro con il tetto bianco stava parcheggiando. La luna si rifletteva sul cofano come una sorta di cometa che avesse trovato il suo presepe.

Una giovane donna mora scese dall’auto lasciando intravedere gambe lunghe, toniche, perfette, che spiccavano da una minigonna nera. Aveva circa trent’anni e propagò subito nell’aria una bellezza delicata, affettuosa. Si avvicinò a Martin con passo sicuro, nonostante indossasse un paio di tacchi molto alti.

«Scusi, mi saprebbe indicare l’entrata dell’hotel?», disse la ragazza con una voce bellissima, quella di una sirena, la più bella voce che avesse mai sentito.

Il piacere irragionevole che provava nell’ascoltarla e nel prepararsi a risponderle fu interrotto da una riflessione: che strana domanda è questa? È come se qualcuno nei binari di una stazione ti chiedesse: «Scusi dove è la stazione?»

Ma Martin era troppo preso da quell’improvvisa apparizione per soffermarsi a riflettere a lungo. In quel momento era troppo affascinato da quella ragazza mora per ricordarsi della sua missione. A tratti il ricordo di Max lo opprimeva come una bisaccia troppo pesante. E la nuova situazione, che lo stava portando verso l’oblio, era piacevole e sublime.

«L’entrata dell’hotel è proprio lì, dieci metri davanti a noi» disse afferrando la valigia che era appoggiata in terra. «Venga, l’accompagno».

Lula, la ragazza mora, era arrivata ad Acquacheta per partecipare al convegno su Dante. Lei lo guardò e gli sorrise. Poi gli sussurrò: «Sarebbe molto bello se mi facesse compagnia a cena..».

Martin impallidì, ma si riprese subito e rispose: «Non rifiuterei per alcun motivo al mondo».

4

Il ristorante dell’Hotel La Verde Luna gli sembrò uno di quei luoghi che salvano dallo smarrimento, dall’infelicità di avere trascorso tanti giorni senza donne come Lula. E come Marta.

Perché poi si era lasciato con Marta?

Gli tornarono alla mente le sue grida di dolore: «Sei sempre altrove, il tuo lavoro è troppo più importante di me. Ti lascerò».

Finché una sera l’aveva lasciato veramente.

La sala del ristorante era piena di uomini e donne, discutevano sussurrando il nome di Dante, mentre piatti meravigliosi correvano di qua e di là trasportati con destrezza da Sordello e dagli altri camerieri.

Martin era seduto di fronte alla nuova amica e stava cominciando ad assaggiare gli antipasti. Nella sua memoria divideva le donne che aveva conosciuto in due categorie: le donne degli incontri erotici e quelle che aveva amato. Era bastata mezz’ora trascorsa con Lula per capire che lei apparteneva già alla seconda categoria. Ma era spaventato che quella cena si potesse trasformare di nuovo nelle possibilità che erano sfuggite dalla sua vita, le possibilità che non si realizzano mai.

«Quindi parteciperà al convegno» chiese Martin.

«Dopodomani toccherà a me, esporrò una relazione sulle stelle di Dante. L’inferno, il Purgatorio e il Paradiso, tutte e tre le cantiche della Divina Commedia terminano con la parola “stelle”» disse Lula.

«Già» commentò Martin, «in letteratura, come nell’universo, le stelle ci abbagliano, ci illuminano, ci spiegano l’ignoto, sono il bagliore che ci indica la strada».

«Le stelle sono segnali».

«È vero, sono segnali» rispose pieno di speranza. Lula straripava di bellezza e Martin non riusciva a contenere la gratitudine alle stelle per quell’incontro. Mentre lei osservava con piacere il tiramisù che aveva portato Sordello, lui rimase a lungo senza dire una parola».

Poi ruppe il silenzio ed esclamò: «La notte era splendente. Passava lei e il meglio del buio e della luce bagnava la sua bellezza...».

«Formidabile Dante» commentò Lula. Martin non rispose.

5

Senza dire una parola si guardarono negli occhi per alcuni minuti, poi Lula gli disse dolcemente: «Salgo in camera, mi devo sistemare. Fra mezz’ora sarò nel tuo letto».

Ventunesimo Capitolo

Lula

1

La potente illuminazione a led rischiarava il ristorante, ma dopo che Lula aveva lasciato la sala tutto sembrava meno splendente.

Mentre Martin si stava alzando dal tavolo, arrivò Sordello con il foglio del conto.

«Perché il conto?» chiese l’uomo della Jaguar. «Segna pure tutto, come sempre».

Sordello rispose serio e sottovoce: «Legga, non si tratta del conto».

Martin aprì il biglietto che era chiuso, piegato in due, e lesse: «Devo parlarti subito. Ti aspetto nel parcheggio all’altezza della panchina che sta fra le auto e il cancelletto. Non farti notare».

Quella sera tutto l’universo, per Martin, girava intorno a Lula, il resto non contava.

Chi voleva disturbare il suo incontro? Perché?

Senza crucciarsi oltre, si alzò e passando dalla porta secondaria dell’albergo si avviò malvolentieri verso il parcheggio. Mentre stava arrivando al luogo indicato nel biglietto, vide un’ombra immobile seduta sulla panchina.

«Siediti, facciamo presto! E non mi fare domande» disse un uomo di circa quarant’anni, magro, molto in forma nonostante si nascondesse dietro un paio di occhiali spessi da professore.

Martin lo aveva già visto in hotel, probabilmente era uno dei partecipanti al convegno.

L’intruso continuò con voce severa: «Io per tutti, e anche per te, sono il professor Fulvio Spezi, esperto di Dante e della Divina Commedia. Mi manda G. e ho un messaggio: ti hanno individuato e ti stanno controllando. G. vuole che lasci subito Acquacheta, vuole che lo raggiungi a Roma».

«Subito quando?» disse Martin preoccupato.

«Entro due ore... sei in pericolo. Ascolta bene: aspetterai che tutti escano dalla sala del ristorante, farai le valigie, salirai in auto e partirai immediatamente. Non usare la tua macchina ma la mia, quella bianca parcheggiata all’angolo là in fondo. Ecco le chiavi».

«Perché mi devo fidare di te?»

L’uomo tirò fuori da un portadocumenti un foglio giallo.

«Questo è il codice di riconoscimento, che hai anche tu. Ti basta?»

Martin si ammutolì per qualche secondo. Ripensò a quanto gli era stato detto a Roma: «Se avremo bisogno di contattarti, chi verrà da te avrà questo codice». Il codice era proprio quello!

Guardò l’emissario di G. negli occhi, poi gli disse: «Sì, lo riconosco, ma subito non posso».

Fulvio si arrabbiò, ma non poteva urlare: «Non posso? Che significa non posso?

Qualsiasi cosa tu abbia in mente, la cosa più importante è la missione! Sono anni che teniamo d’occhio Lucifero e i suoi consorti. Sappiamo molto di loro. Sordello, tu non lo sai, è un nostro agente che opera da anni qui in Acquacheta, rischiando la sua vita. Per fortuna è un ottimo agente. Come è un nostro agente Gabriel Morales, il notaio spagnolo.

Il tuo è un compito diverso rispetto al loro. Tu devi redigere il manuale, questo ti abbiamo chiesto. Hai lavorato molto bene, ma ora la tua vita e la missione sono in pericolo».

Poi continuò in modo categorico: «Devi salire sull’auto bianca e sparire».

Risillabò l’ultima parola “spa-ri-re”, come se avesse in mano una bomba ad orologeria, e si alzò dalla panchina. Appena rientrato nella sala del ristorante, riprese a discutere sull’Inferno e sul Paradiso con i suoi colleghi esperti del mondo dantesco.

4

Martin non poteva credere che Sordello e Gabriel fossero agenti sotto copertura.

Si sentì quasi tradito. Ma, appena svanì l’acredine che lo aveva assalito, riconobbe la loro mano tesa verso di lui come la mano di due angeli che lo avevano protetto per tutto il tempo che era rimasto ad Acquacheta.

Chi dedica la propria vita alla lotta contro la corruzione vive in un mondo a sé. La rivelazione uscita dalla bocca del professore con gli occhiali spessi aveva donato a Sordello e Gabriel una gloria supplementare, la gloria degli “idealisti guerrieri”.

«E io chi sono?» si domandò Martin con inquietudine.

Si sentiva diverso, lui si sentiva un idealista metafisico, pertanto non poteva rinunciare a guardare dentro la caverna di Platone.

La mente di Martin, quella sera, era ossessionata da un solo pensiero: Lula. Era Lula l’ombra che si rifletteva dalla caverna.

5

Aveva un appuntamento con lei di lì a venti minuti.

Prese dalla camera il suo Mac e la cartella rossa e, senza dare nell’occhio, passando di nuovo dalla porta secondaria dell’hotel, andò a nasconderli nel cofano della macchina bianca, della quale aveva appena avuto le chiavi. Mentre rientrava, passando dal ristorante, si fece notare dal professor Spezi che non lo degnò neppure di uno sguardo.

Una volta arrivato in camera, indossò un maglione rosso. Lui no, ma il suo inconscio sapeva che il maglione rosso era la tunica dei magistrati dell’Areopago che dovevano giudicare Frine, la bellissima donna empia che troneggiava affrescata alle spalle di Lucifero nella sala principale della consorteria.

La suggestione che lo aveva avvinghiato era forte e Martin non voleva che lo abbandonasse. Cercò di dimenticare ogni altra cosa al di fuori di Lula. Si sedette inebetito su uno sgabello di velluto privo di braccioli e di spalliera. E aspettò.

Lula entrò in camera poco dopo e con lei entrò la “Bellezza”.

«La bellezza mi salverà», pensò «e con me salverà il resto del mondo!».

Nella mente di Martin il fascino della bellezza, quella che Dostoevskij scoprì estasiato dalla Venere degli Uffizi, non aveva mai perso il suo richiamo.

La missione fu dimenticata, la storia di Max fu dimenticata, la cartella rossa fu dimenticata. Il canto della sirena lo aveva ammaliato. Irresistibilmente.

Lula entrò e non esisteva che lei. La sua bellezza era innata, semplice e oscura. Era avvolta di un vestito azzurro, trasparente, che aderiva senza interruzioni al suo corpo lasciando vedere perfettamente le forme. Sotto il vestito leggero era nuda, i capelli erano leggermente sciolti e ancora bagnati dopo la doccia.

Gli era stato ordinato di scappare, ma lei lo tratteneva. Nella stanza aleggiava un vago odore di empietà. Martin si alzò di scatto e le sciolse il vestito lasciandola completamente nuda.

Come Iperide, l’oratore che di fronte all’Areopago di Atene aveva difeso Frine, sussurrò: «La bellezza non è peccato!». Poi dolcemente trascinò sul letto il meglio del buio e della luce.

Ventiduesimo Capitolo

Il Canyon

1

Era l’alba. Martin era ancora sazio della bellezza di Lula. La sua vita era stata percorsa da centinaia di notti d’amore, ma sapeva che la notte con Lula, ne era sicuro, sarebbe rimasta per sempre.

Lula era infuriata: «Devi partire? Dopo una notte come questa mi dici che devi partire?»

Martin fu preso dal panico. Gli era piovuta dal cielo la donna del suo destino e le stava dicendo che doveva partire. Immediatamente. Le stava dicendo che forse non si sarebbero più visti.

«Va bene» disse Lula «ma dedicami ancora un giorno, un solo giorno. Tutto per me. Dopo questa notte insieme, come fai a dirmi, alle sei del mattino, che devi partire e che non ci rivedremo?»

Qualche anno prima a Praga, si era svegliato e Marta non c’era più. E non si erano più rivisti. Per molte settimane era stato preso da un senso di nausea allo stomaco, la stessa nausea che provava ora mentre stava per lasciare Lula.

«Perché» si domandò «non dedicarle un solo giorno, l’ultimo giorno?»

«... Il canyon e il fiume di cui mi hai parlato ieri sera a cena....» disse lei teneramente. «Mi hai parlato di un canyon emozionante. Passiamo lì il nostro ultimo giorno insieme».

«Sì, però partiamo subito, andremo a piedi».

«Dammi cinque minuti per vestirmi. Vado in camera e fra poco sarò qui».

2

Uscirono in silenzio dall’albergo ancora addormentato e si avviarono lungo una piccola strada asfaltata che ben presto si trasformò in un viottolo sempre più verde, sempre più avvolto dall’erba e dagli alberi.

Lula non parlava e lo teneva per mano.

Martin fu preso dal senso di colpa per non essere partito subito per Roma con la cartella rossa, dove lo aspettava il dottor G., nella sede del Comitato Interministeriale Anticorruzione. Fu preso anche da una sensazione di paura.

«Io posso salvarti» gli disse lei. «Dobbiamo solo fare un patto. Un patto definitivo».

«Quale patto?» chiese Martin.

«Lascia tutto e vivi per me».

«Lo vorrei tanto, ma non è possibile».

Erano quasi giunti sull’orlo del dirupo, la profonda gola sottostante era maestosa e terribile. Il fiume, più in basso ancora, entrava e usciva dalle rocce dando origine a correnti e mulinelli impetuosi.

Ad un tratto Martin sentì che la mano di Lula non era più la stessa. Era diventata fredda. Nello stesso istante in cui lei la ritrasse, vide in fondo al sentiero due brutti ceffi che non conosceva. Sembravano dei gorilla, il loro sguardo era fisso, rigido, senza emozioni.

In quel momento si rese conto.

«Il meglio del buio e della luce bagnava la sua bellezza...». Come aveva fatto a non capire!

Come avrebbe potuto una studiosa della Divina Commedia scambiare Byron con Dante!

Lula non era la sua nuova vita, era il suo carnefice.

Guardò dietro di sé e vide altri due energumeni che li stavano seguendo. Non aveva scampo.

Gli uomini dietro di lui erano sempre più vicini finché sentì una mano ruvida che lo spingeva. Provò a sfuggire con uno scatto fulmineo, ma quattro mani lo afferrarono. Lo avvicinarono al dirupo e lo gettarono giù.

Stava volando nel vuoto e nel medesimo tempo si rendeva conto che da lì non avrebbe potuto uscirne vivo. L’acqua del torrente lo avvolse e lo trasportò velocemente lontano dalla vista di Lula e dei gorilla.

«Lucifero!» gridò «anche a me, come a Max, hai proposto il tuo patto maligno!

Vuoi la mia anima, in cambio di cosa?

Di Eris? Del potere che deriva dalla corruzione? Lucifero, io non farò alcun patto con te».

Mentre l’acqua penetrava nei suoi polmoni vide di scorcio la grotta del saraceno, sentì ancora l’acqua che bloccava il suo respiro. Non provò paura, anzi.

Una grande luce in fondo a un tunnel lo attraeva, era piacevole, molto piacevole e non sentiva alcuna voglia di tornare indietro.

«Sono morto» pensò. Forse.

Ventitreesimo Capitolo

L’Era della Corruptocrazia

1

Nello stesso giorno in cui Martin, nel canyon, veniva trascinato via dalle acque del torrente, all’imbrunire Lucifero e Eris salirono sulla parte più alta del castello, sulla grande terrazza situata sopra la loro dimora, dove erano ben visibili il cielo e le stelle.

Lucifero alzò il dito indice della mano destra e indicò un gruppo di venti, forse trenta stelle che si muovevano l’una dietro l’altra alla stessa velocità.

La volta celeste, vista dalla terrazza del castello, era splendente, la superficie del mondo sembrava leggera, metallica, da essa risuonava un grande silenzio, gli uomini sparsi sulla terra erano piccoli.

Di questa atmosfera Lucifero si inebriava, tutto intorno c’era la pace perfetta. Guardò Eris a fianco a lui e un sottile sorriso di felicità gli apparve sul viso.

«Sono molto fiero di te» le sussurrò. «Hai dato forma alla bellezza della corruzione sulla Terra.

Ma ora guardo le stelle che camminano.

Nostro figlio, che tu hai concepito, sta conquistando il cielo e da lì corromperà il mondo. Tutti gli uomini, tutte le fabbriche, tutte le guerre, tutte le conoscenze, tutte le informazioni, tutti i politici e tutti i burocrati, tutti gli Stati saranno sottomessi alle stelle che lui ha creato e mandato lassù. Come è scritto nel libro di Eschilo.

Finalmente ci siamo riappropriati del fuoco che Promèteo ci aveva rubato e regalato agli uomini.

Nell’Ultima Era, quella della Corruptocrazia, saremo noi, gli Irraggiungibili, i signori della Terra e del Cielo».